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Parmigiano Reggiano, il 2025 è l'anno del sorpasso della quota export che supera il 50% delle vendite
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Parmigiano Reggiano, il 2025 è l'anno del sorpasso della quota export che supera il 50% delle vendite

di Beatrice Maddaloni
27 marzo 2026, 15:22 Ultimo aggiornamento: 15:32

Il consorzio realizza il giro d’affari record di 3,96 miliardi di euro, nonostante una contrazione dei volumi in Italia pari al 10%. Il prodotto stagionato 24 mesi balza a 15,59 euro al chilo, +24,8% sull'anno precedente

Il 2025 passerà alla storia della Dop più importante d’Italia come l’anno del “sorpasso”. Per la prima volta, il Parmigiano Reggiano ha visto le vendite sui mercati esteri superare quelle domestiche, con il 50,5% delle forme spedite oltre confine (quasi 75.000 tonnellate). Un risultato che trascina il giro d’affari al consumo alla cifra record di 3,96 miliardi di euro, nonostante una contrazione dei volumi in Italia pari al 10%. A spingere i ricavi è stata soprattutto la tenuta dei listini, con quotazioni che hanno premiato la filiera: il prodotto stagionato 24 mesi è balzato a 15,59 euro al chilo, segnando un incremento di ben 24,8% rispetto all’anno precedente.

"Il concetto di creazione di valore sta superando quello dei volumi – sottolinea Riccardo Deserti, direttore del Consorzio – Anche se i chili prodotti non sono variati drasticamente, la spesa complessiva dei consumatori mondiali per il Parmigiano Reggiano è cresciuta di oltre 470 milioni di euro in un solo anno. Questo dimostra che il valore del prodotto è riconosciuto e accettato dal mercato".

Tuttavia, dietro i numeri record del bilancio 2025, emerge un mercato che si muove a due velocità e che riflette le difficoltà del potere d’acquisto delle famiglie. Da un lato la produzione corre veloce con 4,19 milioni di forme, dall’altro in Italia l’aumento dei prezzi al dettaglio ha innescato una flessione del mercato interno.

Un’esplosione dell’offerta che va gestita con prudenza, avverte ancora Deserti: "La sfida attuale è gestire l'esuberanza produttiva. I prezzi interessanti hanno spinto a una produzione elevata rispetto alla programmazione. Per questo siamo intervenuti con un piano di oltre 15 milioni di euro destinato a rallentare la spinta e riportarla a una crescita coerente intorno al 2% annuo".

Non è calato il numero di acquirenti, ma la frequenza con cui il prodotto finisce nel carrello: gli italiani non abbandonano la Dop ma ne acquistano in porzioni più piccole, erodendo le vendite della GDO, che ha perso oltre l’11% in tonnellate. Al contrario regge l’industria (+4,9%), segno che il Parmigiano Reggiano è sempre più richiesto come ingrediente premium per il comparto alimentare di alta gamma.

Su questo fronte, la visione del presidente Nicola Bertinelli impone un cambio di passo nel fuori casa: "Finora molti ristoratori, per risparmiare pochi centesimi a piatto, sacrificano la qualità. Il prodotto non deve più essere un semplice ingrediente nascosto, deve diventare il 're del piatto'. Vogliamo che sia il consumatore a entrare in un ristorante e a chiedere una specifica stagionatura”.

La mappa della crescita evidenzia un’area UE che tiene le posizioni, mentre i mercati esteri crescono mediamente del 3,4%, con performance brillanti dal Regno Unito (+8%), e dal Canada (+9%). Le piazze asiatiche riportano invece pesanti flessioni, specialmente in Giappone e Cina, penalizzate da una congiuntura economica locale poco favorevole.

Gli Stati Uniti si confermano il primo hub estero per Parmigiano Reggiano con oltre 16.400 tonnellate, ma la crescita è quasi piatta, fermandosi allo 0,6%, a causa delle incertezze normative e tensioni geopolitiche che hanno rallentato gli scambi. Nonostante la frenata, Bertinelli vede nel mercato americano un enorme potenziale inespresso: “Oggi l'export pesa per oltre il 47% e gli Stati Uniti ne rappresentano il 22%, circa il 10% della produzione totale. È un mercato dove vediamo grandi margini perché siamo ancora solo al 9% del totale del settore ‘parmesan’”.

Una fiducia che si estende anche ad altre aree: “Guardando agli altri mercati – prosegue Bertinelli – prevedo un futuro positivo per la Spagna e per i paesi nordici, come Norvegia e Svezia, mentre Francia e Germania stabilizzeranno i consumi. Stiamo già guardando al sud-est asiatico e all'Indonesia, e seguiamo con attenzione il lavoro politico sugli accordi di libero scambio in Australia per tutelare le denominazioni geografiche”.

A sostegno di questa espansione resta la solidità di una filiera composta da oltre duemila allevatori e 287 caseifici che trasformano il 15,5% della produzione nazionale di latte vaccino. Sul territorio, Parma guida la classifica produttiva, seguita da Reggio Emilia e Modena. Il valore della produzione a 2,15 miliardi di euro garantisce la tenuta del comparto, ma per il 2026 l’ombra dei dazi USA al 25% (tra tariffe storiche e aggiunte recenti) impone un rallentamento degli scambi.

La risposta strategica passa per un piano massiccio di investimenti in marketing (per cui sono previsti investimenti per 34,3 milioni di euro) e sulla diversificazione, come spiega ancora il presidente: “Il tema vero è la brand awareness: se chiedi a cento americani cos'è il Parmigiano Reggiano, lo associano alla bandiera italiana ma non sanno davvero cosa sia. Per questo stiamo usando grandi "megafoni" come la NFL o il tennis a Miami: vogliamo intercettare miliardi di persone per spiegare che il nostro non è il parmesan con la bandierina americana sopra. Se i consumi storici dovessero frenare, noi aumenteremo gli investimenti per allargare il bacino di utenti”.

Un approccio che Carmine Forbuso, direttore marketing del Consorzio, declina sul piano dell’autenticità: "Non vogliamo solo vendere, vogliamo creare consumatori dotti e consapevoli. A differenza di altri brand che devono costruire esperienze artificiali, noi abbiamo una forza autentica: i nostri magazzini sono luoghi di lavoro reali e mostrare la verità del nostro mestiere ha un valore inestimabile che dobbiamo mettere a sistema nella nostra strategia globale."

La novità più rilevante è il progetto turismo: la sfida è trasformare il territorio in una destinazione organica integrando la realtà dei caseifici all’elemento di esperienzialità. “Non parliamo più solo di un formaggio– spiega Cristiano Casa, destination manager del Consorzio – ma di un luogo da visitare: un'opportunità per vivere il territorio in modo autentico, seguendo il modello di realtà consolidate come lo Champagne o il Chianti".

Il piano, finanziato interamente da capitali privati, punta a triplicare i visitatori entro il 2029, portandoli a quota 300.000, intercettando quella fetta di viaggiatori che ricerca esperienze legate all’identità dei luoghi. “Il ‘turismo Dop’ – prosegue Casa – risponde a questa domanda di autenticità e sostenibilità, valorizzando aree interne che resterebbero altrimenti ai margini dei flussi principali”.

L’obiettivo finale è l’integrazione totale tra prodotto e accoglienza, se i mercati globali si fanno difficili e le frontiere si chiudono, il piano di Parmigiano Reggiano è chiaro: smettere di inseguire il consumatore e portarlo direttamente dentro il caseificio.



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