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Paradossi all’italiana: ecco perché l'aumento dell'occupazione è il sintomo di un Paese che non innova
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Paradossi all’italiana: ecco perché l'aumento dell'occupazione è il sintomo di un Paese che non innova

di Sergio Rizzo
07 giugno 2026, 09:00

Per potenziare crescita e innovazione nel Sud è stata stanziata circa la metà della cifra per una settimana di bonus benzina. Ma siamo indietro nell’Ue anche per brevetti e r&s dove investiamo meno di Parigi

Per smontare la storia di un Paese vecchio e ripiegato su se stesso, e che anche per questo non cresce, il governo spesso si rifugia nei propri successi sul fronte dell’occupazione. Il tasso delle persone senza lavoro non è mai stato così basso negli ultimi quarant’anni (siamo poco sopra il 5%), e soltanto negli ultimi dodici mesi l’Istat ha registrato un aumento di 270 mila occupati.

Ma è una narrazione che non funziona. Proprio quei dati, infatti, sono il sintomo più evidente del problema. Perché l’aumento di 270 mila occupati fra aprile 2025 e aprile 2026 è il risultato di una crescita di ben 419 mila posti di lavoro fra le persone di oltre 50 anni a fronte di un calo di ben 149 mila occupati fra i più giovani. I giovanissimi al lavoro sotto i 24 anni, in particolare, sono calati di ben 40 mila unità. Mentre in altri 40 mila laureati emigravano.

E il fatto che non si tratti di un fenomeno effimero sembra non preoccupare affatto la nostra classe dirigente. Mentre questo paradosso tutto italiano dovrebbe spingere i responsabili della nostra politica economica quantomeno a interrogarsi sui possibili rimedi per fermare una deriva che ha a che fare in parte con la demografia. Con l’eccezione del principato di Monaco e del Giappone, l’Italia è il Paese più vecchio del mondo, con un’età media che sfiora 49 anni. Ma non è soltanto questa la ragione per cui la quota degli ultracinquantenni sulla nostra forza lavoro ha superato ormai il 40%: il doppio rispetto ad appena 25 anni fa.

Il problema della bassa produttività 

La situazione, davvero paradossale, che stiamo vivendo è piuttosto il frutto di una serie di cause tutte collegate fra loro. Cause che hanno effetti pesantemente negativi sulla produttività del lavoro, indicata dagli economisti come il principale fattore di crescita dei salari e del potere d’acquisto, dunque dell’economia. E gli stessi economisti concordano nella diagnosi: da svariati decenni l’Italia cresce molto meno del resto dei Paesi sviluppati perché la produttività del lavoro è ferma.

Una delle ragioni può senz’altro essere ricercata nell’invecchiamento della popolazione e di conseguenza anche degli occupati. Questo incide ovviamente sulla produttività. Va da sé che i lavoratori giovani sono più produttivi di quelli anziani.

Il deficit di innovazione

Ma c’è un motivo ancora più decisivo, ed è il deficit di innovazione. Ancora gli economisti spiegano che la crescita della produttività è strettamente legata ai progressi della tecnologia, e quindi agli investimenti nell’innovazione. Un tema purtroppo scomparso dall’agenda di un Paese entrato a far parte delle potenze economiche mondiali proprio grazie all’innovazione.

E la responsabilità va condivisa equamente fra la politica, che da decenni tira a campare senza una visione di futuro, e un mondo delle imprese private che massimizza i profitti abbandonando l’industria per dirottare attività nei servizi pubblici privatizzati e nella finanza speculativa. Dice tutto l’esempio del gruppo Fiat, la principale impresa privata del Paese che in pochi anni ha venduto all’estero Magneti Marelli, Comau e Iveco. E ora, diluita nella conglomerata Stellantis, prosegue la smobilitazione industriale con progressivi cali della produzione italiana e la marginalizzazione di marchi che sono stati all’avanguardia dell’automotive mondiale, come Alfa Romeo e Maserati.

Quanto alla politica, è istruttiva la lettura del documento «Made in Italy 2030. Per una nuova strategia industriale». È un rapporto prodotto dal ministero Sviluppo economico, ribattezzato ministero delle Imprese e del made in Italy dal governo di Giorgia Meloni che l’ha affidato ad Adolfo Urso, già viceministro del medesimo dicastero ben 25 anni fa. Dettaglio che fa capire perché quel documento sia una celebrazione dei settori tradizionali dell’economia italiana, delineando una non meglio precisata funzione dello «Stato stratega». E senza di fatto affrontare i problemi descritti in 5 delle 324 pagine, senza dubbio le più interessanti, che demoliscono certo trionfalismo della propaganda governativa. C’è scritto che la spesa italiana per la ricerca e sviluppo è molto più bassa della media europea: nel 2024 si è attestata all’1,4 del pil, contro il 2,2 dell’Ue e il 3,1 della Germania. Gli investimenti privati in ricerca e sviluppo non hanno superato 17 miliardi, a fronte del 42 della Francia e dei 92 della Germania. E la situazione è ancora peggiore se si considerano le imprese di maggiori dimensioni. Italia: 10,4 miliardi; Francia: 25,1; Germania: 73,1. Tutto questo si riflette nei brevetti. Le domande italiane presso l’European patent office sono la metà della media Ue, e poco più di un quarto di quelle tedesche. «Questi dati», conclude il rapporto di Urso, «evidenziano la scarsa propensione all’innovazione del sistema produttivo italiano, rendendolo meno competitivo a livello internazionale».

Ma non si dica che non si sta facendo nulla per cambiare questo stato di cose. Il 4 giugno la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e la premier Giorgia Meloni hanno siglato un «Accordo per la Coesione» che, dice la ministra, «rappresenta un intervento strategico che rafforza in modo concreto il sistema nazionale della ricerca e dell’innovazione». L’«Accordo per la Coesione» stanzia una somma, sottolinea un comunicato stampa, «per potenziare le infrastrutture di ricerca pubbliche, con particolare attenzione alle regioni del Mezzogiorno». Di che somma si parla? Pensate, 381 milioni di euro. La metà di quanto è stato investito in una settimana per ridurre le accise sui carburanti.(riproduzione riservata)



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