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Paolo Angelini
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Paolo Angelini (Bankitalia): per le banche le sfide arrivano da digitale e bigtech

22 aprile 2024, 02:38 Ultimo aggiornamento: 23 aprile 2024, 14:28

Il vicedirettore generale della Banca d’Italia: l’euro digitale è un’arma per gli istituti. Le banche si dovranno abituare di nuovo a un costo più alto della raccolta. Possibile un aumento dei crediti deteriorati, ci sono segnali ma tenui. Le riserve macroprudenziali? Sono fieno in cascina. Sul clima occorre cautela. Serve più protezione per i c/c e nelle crisi occorre una financial stability exemption

Paolo Angelini, vicedirettore generale della Banca d’Italia, ha vissuto in prima linea l’evoluzione del settore bancario, passato dalla legge Amato-Carli all’Unione Bancaria. Angelini ha lavorato a lungo al servizio studi di Via Nazionale nel settore monetario e finanziario, prima di diventare nel 2014 vice capo e nel 2019 capo della Vigilanza bancaria. Dal 2021 è membro del direttorio di Bankitalia.

Domanda. Negli ultimi 35 anni il settore bancario italiano si è evoluto in modo significativo. Quali sono stati a suo giudizio i cambiamenti di maggiore importanza?

Risposta. Mi limito a citarne tre. Il primo è la legge Amato-Carli del 1990. Ha determinato un mutamento strutturale in un sistema bancario che rimaneva sostanzialmente statico dalla riforma del 1936.

La legge ha eliminato gli istituti di credito speciale e le banche di interesse nazionale. Inoltre ha introdotto la forma di società per azioni, determinando il passaggio al concetto di banca come impresa a scopo di profitto. Infine ha dato vita alle fondazioni bancarie ponendo le condizioni per l’apertura del capitale al mercato e per la privatizzazione delle banche.

Il secondo grande cambiamento è stata la digitalizzazione dei servizi bancari, una rivoluzione che è ancora in pieno sviluppo ma che è iniziata verso la fine del secolo scorso con l’avvento dei servizi bancari accessibili da remoto, prima mediante pc e poi attraverso smartphone. Oggi la quasi totalità dei bonifici viene disposta dalla clientela da remoto. Le file allo sportello sono il ricordo di un mondo che non c’è più.

Il terzo ambito di novità è stato il processo di integrazione dei sistemi bancari in Europa, con l’armonizzazione delle norme e la costruzione dell’Unione Bancaria.

D. Quali sono invece le principali sfide dei prossimi anni per le banche italiane?

R. Ce ne sono tante, ne indico due. La prima è ancora una volta la digitalizzazione, termine col quale si fa riferimento a fenomeni diversi. Penso all’accesso ai servizi bancari da remoto, tuttora in crescita, ma anche alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie come la Dlt, l’intelligenza artificiale e, in una prospettiva non troppo lontana, i computer quantistici.

Le nuove tecnologie aumentano l’efficienza e la capacità di risposta ai bisogni più evoluti della clientela. Comportano però anche rischi: penso al forte aumento degli attacchi cyber e delle truffe online.

La seconda sfida è connessa con la potenziale concorrenza proveniente dalla finanza digitale, soprattutto dalle cosiddette Bigtech. Alcune banche sembrano temere i rischi di disintermediazione connessi con l’introduzione dell’euro digitale da parte dell’Eurosistema, senza considerare che l’euro digitale rappresenta per loro un’arma per rispondere a queste sfide. Non c’è dubbio che dalle scelte delle Bigtech potrebbero scaturire modifiche ben più rilevanti del sistema finanziario.

D. La liquidità in circolazione sarà inferiore per effetto della diversa politica monetaria Bce. Che cosa devono fare gli istituti di credito sul fronte della raccolta?

R. Le banche stanno già reagendo alla manovra impostata dall’Eurosistema. L’abbondante raccolta a vista si sta spostando su forme a più lungo termine, come depositi a termine, titoli di Stato e obbligazioni, per effetto di mutamenti nella domanda da parte dei risparmiatori, ma anche come riflesso delle strategie di offerta degli intermediari. Questo è fisiologico.

Da un lato, le banche devono riabituarsi a un costo più elevato della provvista e tenerne conto nei piani di raccolta. La vigilanza le sta stimolando su questo fronte. Dall’altro, la clientela deve abituarsi al fatto che per ottenere una remunerazione maggiore è necessario accettare vincoli sul fronte della disponibilità di fondi.

Una delle lezioni più nitide delle crisi bancarie del marzo 2023 è stata infatti che la diffusione dell’accesso ai servizi bancari da remoto, accoppiata a un’elevata incidenza della raccolta a vista, può creare rilevanti problemi di stabilità finanziaria.

D. I crediti deteriorati potranno tornare a essere un problema per il settore a causa dell’aumento dei tassi e della bassa crescita degli ultimi trimestri?

R. Le previsioni, sia le nostre che quelle dei principali operatori, indicano un deterioramento della qualità del credito nei prossimi due anni. Alcuni segnali sono già visibili, soprattutto per i prenditori più fragili, ma per il momento sono tenui.

Peraltro va ammesso che le previsioni di un aumento dei crediti deteriorati sono state smentite ripetutamente negli ultimi anni. Inoltre nello scenario macroeconomico di consenso, in cui la crescita proseguirebbe sebbene a ritmi modesti, sembra improbabile che il problema degli npl torni ad assumere dimensioni rilevanti. Ma occorrono due precisazioni.

In primo luogo, l’incertezza geopolitica è altissima e il quadro previsivo potrebbe purtroppo peggiorare improvvisamente. Inoltre il problema della rapidità della giustizia civile in Italia, una delle cause strutturali dell’accumulo di crediti deteriorati, non è stato ancora risolto.

D. Perché Bankitalia ha chiesto alle banche una riserva macroprudenziale dell’1%?

R. In tutte le crisi recenti l’impossibilità di attuare manovre espansive di politica macroprudenziale ha contribuito alle difficoltà del Paese, poiché non c’erano riserve di capitale utilizzabili.

In vari Stati Ue invece riserve del genere, accumulate in anni precedenti e rilasciate all’avvio della crisi pandemica, hanno contribuito a sostenere il credito. Da noi non si erano mai materializzate le condizioni per creare queste riserve. L’occasione si è presentata con gli elevati profitti registrati dalle banche l’anno scorso. La metafora del fieno in cascina sintetizza bene la ratio del provvedimento.

D. Le banche dovranno affrontare il tema del cambiamento climatico. Ciò vuol dire che dovranno semplicemente ridurre i prestiti alle aziende più inquinanti? Ci sono possibili effetti indesiderati?

R. La soluzione al problema del cambiamento climatico è quasi esclusivamente nelle mani dei governi, nelle forme che la teoria economica ha da tempo chiarito: tasse o incentivi fiscali. Sono importanti anche le scelte dei consumatori. La finanza può dare un contributo importante, ma bisogna stare attenti.

Inasprire le condizioni di accesso al credito per le aziende inquinanti può spingerle verso la transizione, ma può anche avere effetti indesiderati se impedisce loro di spostarsi verso tecnologie meno nocive. Problemi complessi raramente hanno soluzioni semplici.

Occorre esaminare con attenzione i piani di transizione delle imprese altamente inquinanti, e non considerare semplicemente la loro impronta carbonica attuale o l’appartenenza a un settore piuttosto che a un altro. La Banca d’Italia sta lavorando su tutti questi problemi, coinvolgendo gli intermediari in uno sforzo cooperativo.

D. In cosa si sono distinte le crisi di Credit Suisse e Svb rispetto a quelle degli anni precedenti?

R. Un elemento comune, e anche quello più nuovo, è stata la rapidità con cui la clientela ha ritirato i depositi. Casi di ingenti e rapidi deflussi di liquidità si erano registrati anche in passato, ma le crisi dello scorso anno sono state mediamente più rapide. Quella di Svb è stata davvero eccezionale sotto questo aspetto.

D. Per la regolamentazione di Basilea è tempo di fermarsi o servono alcune correzioni alla disciplina bancaria, sulla liquidità o in altri ambiti?

R. A ottobre il Comitato di Basilea ha pubblicato un’analisi delle crisi del 2023 e ha elencato spunti su cui ha avviato una riflessione. Mi sembra del tutto normale che il regolatore si interroghi sul lavoro fatto, alla ricerca di possibili punti deboli e di spazi di miglioramento.

Al momento, tuttavia, lo sforzo in tutte le principali giurisdizioni è mirato all’introduzione delle riforme di Basilea 3. In Europa le nuove norme entreranno in vigore a gennaio.

D. Quali sono i punti mancanti ma imprescindibili per una vera Unione bancaria?

R. I primi due pilastri dell’Unione Bancaria, cioè i Meccanismi unici di Vigilanza e di Risoluzione delle banche, hanno assicurato un approccio unitario nei diversi Stati.

Disaccordi politici hanno finora impedito di costruire il terzo pilastro, un sistema europeo di protezione dei depositi, capace di superare l’attuale frammentazione che circoscrive ai singoli ordinamenti nazionali il finanziamento e l’attuazione degli interventi a tutela dei depositanti in caso di crisi. Questa situazione frena le potenzialità di integrazione tra i sistemi bancari nazionali, anche se non è il solo fattore che gioca in tal senso.

D. Cosa manca nel sistema di gestione delle crisi in Europa?

R. Abbiamo un quadro condiviso per fronteggiare il fallimento delle grandi banche, fondato sulla procedura della risoluzione. Per le banche medie e piccole invece la gestione della crisi rimane affidata a normative nazionali differenziate e ad autorità locali.

Una proposta di armonizzazione presentata dalla Commissione Ue un anno fa prevede una limitata estensione della risoluzione alle banche medie e una più ampia possibilità per i sistemi di garanzia dei depositanti nazionali di finanziare la soluzione del dissesto. I lavori, tuttora in corso, non si chiuderanno prima del prossimo rinnovo del Parlamento europeo.

D. Per quale motivo ritenete utile alzare la protezione dei depositanti oltre 100 mila euro?

R. In base a recenti analisi dell’Eba, la protezione fino a 100 mila euro assicura la tutela integrale di un numero molto elevato di depositanti. Ma l’ormai prevalente accesso da remoto ai conti correnti e la rapidità con cui le notizie – non sempre attendibili – si diffondono, anche grazie ai social media, possono accelerare il deflusso dei depositi.

Il livello di protezione è già sensibilmente più elevato in altri Paesi. Per esempio negli Stati Uniti arriva fino a 250 mila dollari. In Giappone le soglie sono definite in base alla funzione del deposito, con livelli molto alti per quelli destinati ad effettuare pagamenti, più ridotti per quelli detenuti a fini d’investimento.

D. Perché secondo Bankitalia è necessario prevedere una «financial stability exemption» per impiegare risorse pubbliche nelle emergenze?

R. In molti Paesi, tra cui Stati Uniti, Germania, Olanda e Spagna, la crisi finanziaria del 2008 ha richiesto ingenti interventi pubblici per stabilizzare i sistemi bancari ed evitare la propagazione delle crisi.

Da questa esperienza è scaturita una legislazione che ha affidato il finanziamento della soluzione delle crisi essenzialmente alle risorse finanziarie «interne» che le banche devono accumulare in funzione delle possibili perdite (il cosiddetto bail-in). L’utilizzo di risorse «esterne» non è escluso, ma soprattutto in alcune giurisdizioni come l’Ue è fortemente limitato e vincolato a parametri rigidi.

L’«esenzione per la stabilità finanziaria» assicurerebbe la necessaria flessibilità nell’utilizzo delle risorse «esterne», consentendo alle autorità di ricorrervi, eccezionalmente, tutte le volte che lo reputino necessario per difendere la stabilità del sistema.

Gli esempi del passato e più di recente il caso di Credit Suisse sono esemplificativi a questo riguardo: in Svizzera le autorità, pur dichiarando di avere un piano pronto per la risoluzione della banca, hanno preferito adottare una strategia che nei fatti è equivalsa all’attivazione di una «esenzione per la stabilità finanziaria». (riproduzione riservata)



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