In un contesto di aumento del rischio geopolitico dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, gli investitori si rifugiano negli asset difensivi. Se sul mercato valutario viene premiato il dollaro con l’euro sceso dello 0,88% a 1,1695 alle 16:30, rompendo il supporto a 1,17, l’oro balza per il quarto giorno consecutivo in area 5.400 dollari l’oncia (+1,18% a 5.341,11 dollari l’oncia dopo un massimo intraday a 5.419,11 dollari l’oncia), invece l’argento si è spinto fino a un top intraday a 99,68 dollari, salvi poi stornare del 3,5% a 90,50 dollari.
Il conflitto in Medio Oriente si è esteso durante il fine settimana dopo che Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran — uccidendo il leader supremo della Repubblica Islamica, l’Ayatollah Ali Khamenei — e Teheran ha risposto con ondate di missili contro obiettivi in diversi Paesi. Le tensioni geopolitiche in aumento e l’azione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sul commercio continuano a sostenere il lungo rally dell’oro, favorito anche dagli acquisti elevati delle banche centrali e da un più ampio spostamento degli investitori lontano da titoli di Stato. Il metallo ha guadagnato circa un quarto del suo valore da inizio anno, nonostante il brusco ritracciamento dal massimo record oltre i 5.595 dollari l’oncia alla fine di gennaio.
Anche prima della guerra con l’Iran, Trump ha adottato una politica estera sempre più aggressiva. Le truppe statunitensi hanno catturato il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, a gennaio e l’amministrazione ha minacciato di annettere la Groenlandia. Con Washington che ha ammassato il suo più grande schieramento militare in Medio Oriente dalla guerra in Iraq del 2003, l’oro ha registrato il settimo guadagno mensile consecutivo a febbraio, la serie più lunga dal 1973.
Gli analisti del Franklin Templeton Institute, citati da Bloomberg, hanno osservato in una nota che l’oro tende a beneficiare quando il sentiment di mercato attraversa tutte le classi di attivi con una logica di «premio per il rischio prima e fondamentali dopo», raccomandando un’«esposizione selettiva all’oro piuttosto che ampi short sulle azioni». E anche se il premio geopolitico dovesse svanire rapidamente, le ragioni fondamentali a favore di un'esposizione diversificata alle materie prime rimangono intatte, aggiunge Hakan Kaya, gestore del fondo Neuberger Berman Commodities.
Nel complesso, spiega Matt Bance, solutions strategist and portfolio manager di T. Rowe Price, la performance dell’oro riflette l’intersezione tra rischio geopolitico, incertezza inflazionistica e timori sulla credibilità istituzionale, rafforzandone il ruolo di copertura strategica piuttosto che di operazione ciclica.
Comunque, avvertono Warren Patterson e Ewa Manthey, economisti di Ing, è probabile che l'andamento dei prezzi a breve termine rimanga guidato dalle notizie e quindi caratterizzato da una volatilità elevata. «Un ulteriore ampliamento del conflitto agli altri Paesi della regione, o un'interruzione delle forniture energetiche stimolerebbero l'oro attraverso l'aumento dei prezzi del petrolio, l'aumento delle aspettative di inflazione e il contenimento dei rendimenti reali. Un'incertezza prolungata manterrebbe elevata la volatilità e la domanda di beni rifugio», affermano i due esperti.
Al contrario, se le tensioni rimangono contenute e i flussi energetici non subiscono ripercussioni, l'iniziale tendenza all'avversione al rischio dovrebbe attenuarsi con l'attenuarsi del premio al rischio del petrolio. «Ciò rafforza, anziché modificare, la narrativa più ampia sull'oro. Gli acquisti da parte delle banche centrali rimangono forti e le aspettative di un allentamento delle politiche monetarie entro la fine dell'anno continuano a sostenere il mercato», chiariscono Patterson e Manthey. «Anche se le tensioni dovessero stabilizzarsi, questi fattori strutturali suggeriscono che il ribasso dovrebbe essere limitato, con eventuali ribassi probabilmente di lieve entità piuttosto che un'inversione di tendenza».
Dal punto di vista dell’asset allocation, «privilegiamo l’oro mantenendo al contempo un sottopeso sulla duration, poiché l’oro dovrebbe, come le obbligazioni, contribuire ad attenuare i ribassi azionari durante le fasi di debolezza economica e di calo dei rendimenti reali. Tuttavia, ha anche mostrato una maggior resilienza rispetto ai bond quando i rendimenti reali aumentano», aggiunge Matt Bance. «Ciò riflette una domanda sostenuta e in larga misura insensibile al prezzo da parte delle banche centrali, impegnate a diversificare le riserve, che contribuisce a un parziale disaccoppiamento dalla storica relazione inversa tra rendimenti reali e prezzo dell’oro. Riteniamo che questo supporto strutturale sia destinato a perdurare».
Dal punto di vista tecnico, «la resistenza più vicina per l’oro è a 5.451 dollari l’oncia, sui massimi del 30 gennaio, e il superamento di questo livello aprirebbe la strada verso i massimi storici in area 5.600», sottolinea Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia. «L’argento, che aveva registrato una forte discesa a fine gennaio, si trova a 95,70 dollari, con una prima resistenza a 96,35 e un possibile target in area 103,15. Invece, un primo supporto può essere individuato sulla media mobile a 21 periodi e sui minimi del 26 febbraio, in area 85,96».
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