La formazione di un coagulo di sangue all’interno di un vaso sanguigno, quella che gli esperti chiamano tromboembolia venosa (TEV), è la patologia cardiovascolare più frequente e causa importante di mortalità e morbilità. La incidenza annua pre-COVID del TEV nei paesi ad alto reddito in Europa, America del nord, ed Australia si pone al valore di 0,75–2,69 per 1000 individui. TEV, e specialmente embolia polmonare (EP), si pongono tra le principali cause di morte; 100.000–300.000 morti annue sono correlate alle TEV anche in Europa. Inoltre, il TEV comporta un’incidenza annua di disabilità di 7,6 per 10.000 abitanti. La sua incidenza è purtroppo in costante aumento per diversi motivi, fra i quali l’allungamento della vita media, l’incremento della chirurgia geriatrica e delle patologie traumatiche. Purtroppo, numerose sono le evidenze scientifiche che confermano la correlazione tra cancro e trombosi, sia per lo stato di ipercoagulabilità di base che si riscontra nei pazienti oncologici sia per l’elevata incidenza di trombosi venosa associata alle terapie farmacologiche antitumorali. Nei pazienti oncologici in corso di terapia antitumorale (neoplasia attiva), l’incidenza di TEV arriva al 20% e la TEV è una delle complicanze maggiori nei pazienti con tumori solidi, arrivando ad essere la seconda causa di morte nei pazienti con tumore. “E l’incidenza di questa patologia tra i pazienti che hanno un tumore è tra 5 e 10 volte superiore”, conferma il professor Mario Mandalà, direttore della scuola di specializzazione di oncologia medica all’Università di Perugia. Non solo: “c’è anche il problema che il trattamento anticoagulante è reso più difficile, in quanto i pazienti oncologici hanno un maggior rischio di recidivare e avere un secondo evento di TEV durante il trattamento antitumorale. Inoltre, hanno rispetto agli altri pazienti un rischio emorragico superiore durante la terapia anticoagulante”.
In sostanza, quindi, anche la gestione della tromboembolia venosa è e dovrebbe essere diversa a seconda che si tratti di pazienti con o senza una terapia oncologica in corso. “Nei pazienti con un tumore, il trattamento della TEV viene fatto in fase acuta – cioè nei primi 7 giorni dall’insorgenza dell’evento vascolare – fondamentalmente ricorrendo a due gruppi di farmaci, le eparine a basso peso molecolare e gli inibitori diretti del fattore decimo attivato – sottolinea Mandalà – poi c'è una fase a medio e lungo termine che va dai tre ai sei mesi e in cui il trattamento può essere eseguito sia con l'eparina a basso peso molecolare che con gli inibitori del fattore decimo attivato”. Anche i pazienti italiani potranno beneficiare della tinzaparina sodica di LEO Pharma che, grazie alla determina dell’AIFA, ha ottenuto l’indicazione specifica per la profilassi e il trattamento prolungato della tromboembolia venosa in pazienti adulti con tumore, sostenuta da un profilo clinico ben documentato. Secondo Mandalà “è chiaro che il fatto di disporre di studi specifici nella popolazione oncologica per il trattamento prolungato del tromboembolismo venoso e prevenzione delle recidive nel paziente con neoplasia attiva aumenta la confidenza con cui l’oncologo prescrive il farmaco, e oltretutto la tinzaparina prevede la mono somministrazione giornaliera per tutti i pazienti comportando un vantaggio in termini di aderenza alla terapia e qualità della vita. Un ultimo aspetto, non per ordine di importanza, è la sicurezza renale del farmaco, che ne permette l’utilizzo senza aggiustamento di dose fino a una clearance della creatinina di 30 mL/min. In conclusione, l’importanza del rischio tromboembolico nel paziente con neoplasia attiva è un tema che l’oncologo deve aver presente e, tra le alternative terapeutiche, la tinzaparina sodica può diventare una delle opzioni di scelta per la gestione del TEV nei pazienti oncologici”.