Olimpiadi, pronti, partenza, via! In campo 10.500 atleti e un solo time keeper
L’avventura olimpica di Omega è iniziata nel 1932 a Los Angeles e oggi arriva a Parigi con 550 cronometristi e 350 tonnellate di materiale per misurare record e assegnare medaglie
Corgémont è un paesino di 1.700 anime adagiato in un angolo del Canton Berna, in Svizzera. Un puntino sulle carte geografiche fatto di pinete, casupole, prati e mucche al pascolo. Pochi sanno che a poche centinaia di metri dai pacifici ruminanti si sviluppano le tecnologie per il cronometraggio che, alle Olimpiadi o in altre discipline sportive, decidono chi vince un oro e chi un argento, chi è consegnato all’immortalità e chi all’oblio. A Corgémont ha sede Swiss Timing, società di Swatch Group che tiene il tempo dei Giochi olimpici e che Gentleman ha avuto l’opportunità di visitare. Fondata nel 1972, le sue radici risalgono a più di un secolo fa, alle prime attività di cronometraggio sportivo dei suoi marchi gemelli, Omega e Longines, i cui team timing si fusero in Swiss Timing nel 1988. «Ai Giochi di Parigi (26 luglio-11 agosto) avremo 550 cronometristi e 350 tonnellate di attrezzatura», racconta Alain Zobrist, ceo di Swiss Timing e head of Olympic Timing per Omega. «Abbiamo cominciato a prepararci tre anni fa: l’obiettivo è essere pronti due giorni prima della cerimonia inaugurale».

Gentleman. Quanta gente lavora per sviluppare tutto questo?
Alain Zobrist. Abbiamo circa 2mila ingegneri sviluppatori specializzati in diverse tecnologie e sport. E non facciamo tutto da soli, lavoriamo molto con le federazioni, gli atleti, gli allenatori. Sviluppiamo non solo in-house, ma anche con università o con start-up, a seconda delle tecnologie che ci servono. La tecnologia va così veloce che dobbiamo essere capaci di coinvolgere, includere, integrare più soggetti possibili.

G. C’è un limite alla misurazione della precisione?
A.Z. Penso che l’innovazione non abbia limiti nel nostro campo. I limiti sono altrove. Posso arrivare a cronometrare al milionesimo di secondo, ma il punto sta nell’adattare il cronometraggio alle esigenze di ciascuno sport: è lo sport che impone il limite. Per esempio, nel nuoto avrebbe senso misurare al millesimo di secondo? A mio avviso no, perché in questo sport già un centesimo di secondo equivale al tocco di un’unghia. La precisione nella misurazione del tempo teoricamente non ha limiti, ma oggi quello che interessa di più è forse monitorare ciò che accade durante la prestazione, più che il risultato finale, ed è possibile grazie alla intelligenza artificiale.

G. C’è un episodio che è stato per lei la fonte di soddisfazione da quando fa questo lavoro?
A.Z. Le due Olimpiadi durante il Covid, Tokyo 2020 e Pechino 2022. In otto mesi abbiamo dovuto gestire due eventi così enormi quando di solito, per noi, tra i Giochi estivi e i successivi invernali ci sono circa 20 mesi di lavoro. È stato molto sfidante per tutto il nostro team, oltretutto in un ambiente particolare. Essere stati capaci di farlo, con la qualità con cui lo abbiamo fatto, è stato un grande risultato per l’azienda. Quando si decise di rimandare Tokyo di un anno mancavano 3-4 mesi prima all’inizio: fermare tutta la macchina per un anno per ripartire dopo 12 mesi senza aver potuto fare nulla nel mezzo è stata una sfida pazzesca.

G. Quali sono le discipline più difficili da cronometrare?
A.Z. Senza dubbio quelle dell’atletica, anche perché tante gare si svolgono in contemporanea. Del nostro team, circa 50 persone sono dedicate solo all’atletica, circa il 10% del totale.
G. Provate una particolare emozione quando registrate un nuovo record del mondo?
A.Z. La maggior parte delle volte nemmeno ce ne accorgiamo: siamo così focalizzati su quello che stiamo facendo che possiamo non sapere chi vince la finale dei 100 metri piani. Non facciamo il tifo, non ci interessa chi vince. Del resto, siamo svizzeri, siamo neutrali (ride, ndr).
G. Pratica sport?
A.Z. Non quanto dovrei. Da ragazzino ho giocato a calcio, ora scio e d’estate mi piace giocare a golf.
(Riproduzione riservata)

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