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Orologi&Gioielli

Non solo vintage: le nuove tendenze delle aste di orologi secondo Aurel Bacs

Dagli orologi-trofeo agli indipendenti, dal collezionismo globale ai pezzi contemporanei già storici. Aurel Bacs racconta come stanno cambiando le aste di orologi e perché oggi il valore non dipende più solo dall’età, ma da desiderio, rarità e visione.

di Davide Passoni
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Aurel Bacs, consulente della casa d'aste Phillips, ha iniziato la carriera come esperto di orologi da Sotheby's, ha scalato i ranghi fino a diventare il protagonista più importante nel settore delle aste di orologi, battendo un record dopo l'altro, tra cui la vendita dell'orologio da polso più costoso mai andato in asta. Il suo entusiasmo durante una vendita rende l'asta un evento, più o meno come Steve Jobs ha trasformato le noiose presentazioni del tech in qualcosa di coinvolgente. Oggi è uno dei massimi esperti di orologi e di aste: chi meglio di lui per raccontare le tendenze di questo mondo?

Aurel Bacs
Aurel Bacs

Quali sono le tendenze più importanti nel mondo delle aste di orologi?

Quando ho iniziato nel campo delle aste, 30 anni fa, il pubblico veniva sì e no da dieci nazioni. Il mondo non era ancora globalizzato e le aste, senza internet, senza una espansione globale, non avevano ancora la possibilità di raggiungere tutti sul pianeta. Allora avevamo italiani, francesi, tedeschi, inglesi, americani, forse Hong Kong, Giappone, Singapore. Oggi abbiamo in ogni asta 3-4.000 collezionisti attivi, che fanno offerte cliccando, se sono online, o al telefono o dalla sala.

Rolex di Paul Newman
Rolex di Paul Newman

E vengono da quasi 80 Paesi. Un numero incredibile. Il pubblico si è ingrandito, con culture, religioni, gusti e anche età diverse, dai 18 ai 90 anni. Grazie a questa diversità, oggi si sono ampliati gli interessi e abbiamo nicchie che un tempo non esistevano. Detto questo, abbiamo un paio di tendenze molto importanti. La prima, i cosiddetti orologi-trofeo. Chi ha la possibilità di permettersi un tesoro storico, che può essere del ‘700, ‘800, ‘900 o dell'altro ieri, lo cerca. Può essere di Cartier, di Patek Philippe, di François-Paul Journe: se è l'oggetto più raro, lo deve avere. Queste persone sono chiamate “Trophy Hunters” e costituiscono una tendenza globalmente accettata. Seconda tendenza molto forte, gli orologiai indipendenti: uomini e donne, giovani o già affermati, che hanno creato un marchio con il proprio nome.

Philippe Dufour
Philippe Dufour

Il primo fu George Daniels, ma dopo di lui abbiamo Philippe Dufour, o il suo studente Roger Smith, o il suo erede intellettuale François-Paul Journe. Gli indipendenti hanno una fortissima richiesta in questo momento, forse perché noi tutti vogliamo uscire dal mainstream: conoscere un orologiaio, entrare in un rapporto personale, ascoltare come ha creato con le proprie mani un orologio, questo è importante. Certo, poi ci sono sempre le blue chip, i grandi Patek Philippe, Audemars Piguet, Vacheron Constantin, classici importanti, cui affianco un’altra tendenza che è il revival degli anni ’70 e ’80.

Secondo lei alle aste partecipano più collezionisti o più speculatori?

All’inizio della mia carriera, i veri collezionisti erano sempre la maggioranza, ma all'epoca una bella asta significava 2 milioni di franchi con 200 orologi: il prezzo medio era di 10.000 franchi a pezzo. Chi voleva aggiudicarsi un lotto poteva rinunciare a qualcos’altro per “regalarselo”. Oggi una bella asta di Phillips fa 30 milioni di aggiudicato con 150 orologi, ossia un prezzo medio di 200.000 franchi a lotto. Quindi, oggi, anche qualcuno che ha i mezzi deve pensare prima a quanto può valere fra sei mesi, un anno, cinque o dieci anni ciò che si vuole aggiudicare. Non credo sia uno speculatore nel senso che pensa a come guadagnare velocemente il 50%, ma si chiede quanto rischio corre di perdere il 50% a tendere. Per questo penso che chi ha guadagnato di più negli anni con gli orologi siano stati i collezionisti e non gli speculatori. Direi che oggi l’80- 90% dei clienti nostri sono collezionisti che non vogliono guadagnare, ma nemmeno vogliono perdere.

F.P. Journe
F.P. Journe

Quindi per essere un top lot non è necessario per forza essere un orologio d’epoca?

Assolutamente no. Lo scorso maggio a Ginevra abbiamo aggiudicato per oltre 5 milioni di euro una pendola costruita da François-Paul Journe e dal suo laboratorio THA negli anni ’90. Era storica nel senso che uno dei più grandi orologiai dei nostri tempi, quando non esisteva ancora il brand con il suo nome, l'aveva costruiva con i suoi colleghi in un studio, con le sue mani. Per ognuno di noi che cosa è storico è diverso. Ci sono mille modi per dire «per me questo è storico». E così torniamo alla prima domanda: che cosa attualmente è di grande richiesta? I tesori, che sono spesso storici. Il 1518 di Patek Philippe è storico? Dipende da come uno lo vede. È sicuramente storico perché per la prima volta unisce un cronografo a un calendario perpetuo in una produzione seriale - se 280 pezzi in 15 anni si possono chiamare seriali. Storico, poi, perché il meccanismo più prezioso e complesso è racchiuso in una cassa di un metallo modesto come l’acciaio, una contraddizione par excellence. Quindi, che cosa è storico? Questo è negli occhi di ogni collezionista.

Audemars Piguet
Audemars Piguet

Nella sua carriera le sono passati in mano innumerevoli pezzi: ce n'è uno che vorrebbe un giorno poter battere e ancora non ne ha avuto la possibilità?

Assolutamente sì. Ho ancora ogni mattina la speranza di svegliarmi e di trovare un tesoro, perché so che ce ne sono ancora di grandi da scoprire. Ultimamente si parlava tanto del 2499 di John Lennon: sarebbe per me, da grande fan e ammiratore dei Beatles, di Patek Philippe e del 2499, un sogno personale, che non so se un giorno si realizzerà. Ci sono anche orologi che ho venduto già una volta e che vorrei vendere una seconda volta, perché oggi forse il mercato è molto più profondo e largo per certi tipi di pezzi. Penso che la cosa più bella sia quando un tesoro ti arriva senza che tu lo abbia cercato. Così è stato per il Daytona di Paul Newman. Una sera, alle sette, ero ancora in ufficio alla mia scrivania, suonò il telefono e dall’altra parte un americano mi disse: «Buonasera, ho il Paul Newman». Io pensavo intendesse una referenza della serie, non IL Paul Newman appartenuto all’attore. Rimanemmo un'ora e più al telefono, mi raccontò tutta la sua vita, di come conobbe Paul Newman e di come gli regalò l’orologio. Alle 18.50 non sapevo dove fosse quell’orologio, due ore dopo avevo incontrato un amico e trovato l'orologio più frizzante del mondo.

In un’asta si fanno buoni affari? Perché partecipare?

Perché vi si trovano cose che non si trovano in nessun altro posto. Questa è l’unica giustificazione perché una casa d’asta esista. Quando compro un pezzo unico, raro, è sempre un motivo per dire «sì, ho fatto un buon affare».

Orario di pubblicazione: 16/01/2026 17:24
Ultimo aggiornamento: 16/01/2026 17:24
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