Trainato dal boom dell’intelligenza artificiale (e in particolare dei titoli dei semiconduttor), l’indice Nasdaq 100 ha registrato una performance quasi tre volte migliore rispetto allo Stoxx Europe 600 dall’inizio di quest’anno: guardando ai total return in euro, il listino dei titoli tech Usa sta guadagnando più del 23%, mentre il principale paniere di titoli europei è in attivo di circa 9,5 punti percentuali.
Tuttavia, secondo quanto analizzato dal Financial Times, le ragioni di questa sovraperformance potrebbero meno evidenti di quanto possa sembrare. Senza dimenticare le valutazioni: attualmente il Nasdaq tratta a quasi 25 volte gli utili attesi, contro un multiplo di 15 per lo Stoxx 600.
Dietro la corsa del Nasdaq, sottolinea l’analisi, c’è la crescita degli utili. Secondo i dati Bloomberg citati da Deutsche Bank l’aumento dei profitti dell’S&P 500 è stata del 25%, oltre tre volte più rapido di quella dell’indice europeo Stoxx 600. Ma la crescita degli utili negli Stati Uniti, seppur trainata dai titoli dell’AI, è stata diffusa anche in altri settori, anche perché l’economia americana ha subito meno danni rispetto a quella europea dalla guerra in Medio Oriente.
Nonostante ciò, sottolinea il FT, gli investitori non dovrebbero liquidare del tutto il Vecchio continente. Di recente ad esempio gli strategist di Deutsche Bank e Barclays hanno cancellato le loro raccomandazioni di sottopeso sulle azioni europee. Il cosiddetto «dividendo della pace», ammesso che la guerra sia davvero finita, secondo gli analisti appare più promettente sulla sponda europea dell’Atlantico.
Per quanto riguarda la crescita degli utili, segnala l’articolo del quotidiano britannico, il vantaggio degli Stati Uniti sta diminuendo: i dati Bloomberg mostrano che il mercato si aspetta che la crescita degli utili dell’intero anno per l’S&P 500 sia inferiore rispetto a quella registrata nel primo trimestre. In Europa, invece, è prevista un’accelerazione.
In parte ciò dipende dal fatto che le aziende europee hanno maggiori possibilità di beneficiare di una ripresa qualora si attenuassero le carenze energetiche causate dalla chiusura dello stretto di Hormuz. L’aumento vertiginoso dei prezzi dell’energia ha colpito più duramente gli utili del settore manifatturiero, che inoltre pesa maggiormente negli indici europei rispetto a quelli statunitensi.
Anche sul fronte degli stimoli fiscali e della spesa pubblica la direzione intrapresa sembrerebbe favorire l’Europa. Se dall’altra parte dell’Atlantico il programma di Donald Trump, denominato One Big Beautiful Bill, ha offerto stimoli direttamente a milioni di consumatori, in Europa l’impulso della spesa tedesca per difesa e infrastrutture deve ancora dispiegare pienamente i suoi effetti e potrebbe durare a lungo, sostenendo gli utili delle imprese in tutto il continente.
Un ultimo fattore, ricorda il Financial Times, riguarda il percorso dei tassi di interesse. La Bce ha aumentato il proprio tasso di riferimento: se la guerra è davvero terminata e i prezzi dell’energia continueranno a scendere, potrebbe non essere necessario un ulteriore rialzo. La Federal Reserve invece, sotto la guida del neo-presidente Kevin Warsh, ha mantneuto invariati i tassi con voto unanime, ma non ha fornito indicazioni precise sui suoi prossimi passi. Un elemento di chiarezza che potrebbe avvantaggiare l’Europa. (riproduzione riservata)