L’effetto dei prezzi del petrolio sull’economia degli Stati Uniti era semplice: la salita faceva male alla crescita. Ma tra il 2014 e l’inizio del 2016, con il crollo del petrolio, questa ha rallentato bruscamente. Da allora l’oro nero è raddoppiato, ma l’economia ha accelerato.
Il merito è dell’affermazione degli Usa in quanto principale produttore e, presto, esportatore netto di energia. Un petrolio più costoso resta una tassa per i consumatori, ma sempre più compensata dal rilancio degli investimenti, della produzione e dell’occupazione nel settore energetico. Il ciclo economico del Paese è ora legato, sorprendentemente, al mercato petrolifero globale.
Grazie allo scisto, l’aumento della produzione di petrolio negli Stati Uniti è stato spettacolare. La Us Energy Information Administration (Eia) stima che la produzione giornaliera, lo scorso anno ai massimi dal 1972, toccherà un nuovo record di 10,6 milioni di barili quest’anno. L’ultimo aggiornamento delle prospettive energetiche mondiali di BP prevede che gli Usa produrranno il 18% dell’output mondiale di petrolio e liquidi correlati in poco più di 20 anni, distanziando il secondo classificato, l’Arabia Saudita, con il 13%.
Ancora più significativo che il deficit degli Stati Uniti nel greggio e prodotti raffinati sia sceso da 12 milioni nel 2007 a 4 milioni di barili al giorno l’anno scorso. Stando all’Eia, il Paese diverrà un piccolo esportatore netto entro il 2029 e, se tutte le altre fonti energetiche verranno incluse, in soli quattro anni. Gli Stati Uniti vantano riserve abbondanti di tight oil, formazioni di roccia friabile, come lo scisto, la cui estrazione non era redditizia fino all’adozione di imaging sismico, fratturazione idraulica e perforazione orizzontale a metà anni 2000. Oggi è più di metà della produzione di greggio.
La quota del petrolio sul pil, il 2,7%, è solo di poco superiore alla media trentennale e la sua rilevanza non è lontanamente paragonabile a quella dei veri petro-Stati, come Russia e Arabia Saudita. Ma svolge un ruolo eccezionale nelle fluttuazioni della crescita del pil, perché i trivellatori di scisto, che non devono impegnare anni a cercare nuovi giacimenti, rispondono molto rapidamente alle condizioni del mercato.
Un recente studio di Richard Newell, presidente del think tank Resources For the Future, e Brian Perst della Duke University, rileva che la produzione di shale cresce nove volte di più rispetto a quella convenzionale per un dato aumento di prezzo, per due motivi: vengono perforati più pozzi e ciascuno è molto più produttivo. Il vantaggio diminuisce col passare del tempo, poiché i pozzi di scisto si esauriscono più rapidamente. Ogni nuovo pozzo scavato innesca una relativa domanda, dalle pompe al metallo ai camionisti per gli spostamenti. È vero anche il contrario. Rob Martin di Ubs stima che, dopo il crollo del 2014, il collasso degli investimenti in energia abbia cancellato di un punto percentuale la crescita nel 2015 e di quasi mezzo punto nel 2016. Poi, con il recupero delle quotazioni, gli investimenti hanno contribuito per 0,6 punti alla crescita, pari al 2,5%, del 2017.
Il che è in netto contrasto con i modelli storici. Quando i prezzi del petrolio sono crollati nel 1998 a causa della crisi asiatica, la crescita negli Stati Uniti ha accelerato. Quando sono saliti alle stelle, nel 2008, ha colpito un’economia già afflitta dalla crisi dei subprime. Inoltre, secondo Martin, il petrolio ha avuto un’enorme influenza sulla produzione. Entro la fine del 2015, con il greggio quasi ai minimi, la distribuzione di manufatti potenzialmente legati a commodity come prodotti in metallo, macchine da costruzione e autocarri pesanti è calata del 12% rispetto al 2014. Quando l’attività petrolifera si è ripresa, la stessa ha visto un rialzo del 9%.
Non tutto è dovuto a fattori interni. I produttori Usa hanno anche beneficiato del recupero dell’attività dei player esteri. Peraltro ha lasciato un’impronta sulla crescita regionale. Dalla metà del 2016 fino a metà dello scorso anno, secondo Ubs, oltre la metà dei posti di lavoro creati negli Stati Uniti nel settore manifatturiero era concentrata in Texas, patria del Bacino Permiano.
Da metà 2017 l’effetto si è ridotto poiché la ripresa di investimenti privati e posti di lavoro nell’industria si è estesa oltre l’ambito dell’energia. Nondimeno Martin prevede che gli investimenti in questo settore contribuiranno per un decimo del tasso di crescita, il 2,9%, previsto quest’anno.
Molte forze trasversali determineranno se il petrolio continuerà a esercitare la stessa influenza sul ciclo economico. La decisione del 2016 di Opec e Russia di tagliare la produzione poche settimane dopo l’elezione di Donald Trump si è rivelata molto vantaggiosa per i produttori americani, che hanno beneficiato sia di quotazioni più alte che di maggiori quote di mercato. L’Opec e la Russia non possono tirarsi indietro dal momento che una crescita mondiale più forte stimola la domanda.
Il petrolio da scisto dipende anche dai volubili mercati finanziari, per il finanziamento delle operazioni, e dall’incerta evoluzione delle tecnologie di estrazione. Bob McNally, presidente della società di consulenza Rapidan Energy Group, avverte che l’ultimo crollo ha depresso gli investimenti globali nel settore petrolifero, garantendo il costante aumento del consumo di benzina negli Stati Uniti, contrariamente a quanto previsto dall’Eia. Con l’aumento della crescita globale, l’offerta mondiale di petrolio sarà lenta a rispondere, il che per McNally è la ricetta per un petrolio sopra i 100 dollari al barile e la benzina a 4 dollari al gallone, quindi per la solita batosta per i consumatori e l’economia.
Dunque il petrolio non ha perso la capacità di far male. Ma il suo aiuto sarà una forza importante e imprevedibile per almeno qualche anno ancora.
traduzione di Giorgia Crespi
