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Non resta che comprare
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Non resta che comprare

di Lucio Sironi
Milano Finanza - Numero 120 pag. 28 del 19/06/2021

Dopo 60 acquisizioni concluse nell’arco di 25 anni, il numero uno Montipò continua a pensare al gruppo emiliano come a un albero che sta germogliando. Sul tavolo del patron un’altra ventina di dossier

Quasi 30 anni trascorsi a individuare le aziende giuste, corteggiare i proprietari, rilevarle e assimilarle nel gruppo in tempi rapidi. Eppure Fulvio Montipò la sua Interpump continua a vederla così, come «un albero che sta germogliando». Anche se nel frattempo è diventata una realtà fatta di 112 società distribuite su tutti i continenti e che a Piazza Affari è arrivata a valere 5,5 miliardi di euro. Anche quest’anno il copione non cambia: crescita interna accompagnata da un rafforzamento costante attraverso acquisizioni. Fondatore e presidente di Interpump, immancabile sigaro tra le dita, Montipò unisce la prudenza che lo contraddistingue al fare sicuro con cui tratta gli affari. Sa che il percorso è tracciato e come tenere la rotta. Negli ultimi anni lo shopping di imprese interessanti da integrare nella multinazionale reggiana di cui è alla guida è proseguito al ritmo di due o tre acquisizioni all’anno. L’ultima, White Drive Motors & Steering, divisione del colosso danese Danfoss (costretto a rinunciarvi per ragioni di antitrust), è stata la più grande tra quelle realizzate finora: un investimento di 270 milioni per tre business unit, in tre continenti, che fatturano 200 milioni con ebitda margin del 22%. «Una partita giocata tra le grandi, che ci consente di allargare in modo importante il catalogo prodotti», dice il presidente.
Interpump è sempre più uno dei fiori all’occhiello della meccanica e del made in Italy, leader mondiale nel business delle pompe ad acqua ad alta pressione (50% del mercato globale), molto ben posizionato anche nel settore oleodinamico (primo al mondo anche nelle prese di forza e tra i primi anche nei cilindri, distributori e valvole, tubi e raccordi e riduttori). La strada del m&a è da sempre alla base della sua strategia. Dal 1996 a oggi, cioè da quando Interpump si è quotata a Piazza Affari, di acquisizioni ne ha portate a buon fine una sessantina. Non c’è pericolo che siano esaurite: «Occasioni non mancano e tuttora possiamo dire di avere una ventina di dossier allo studio. Insomma, proseguiamo la nostra attività di scouting nella convinzione, come è stato finora, che darà frutti», conferma Montipò. Che, paziente, passa al setaccio segmenti dove il gruppo emiliano è entrato più di recente, come quello dei componenti per il trattamento dei fluidi nei settori food, cosmetics & pharma, dove le pompe rappresentano il cuore tecnologico degli impianti di omogeneizzazione. Oppure quello delle trasmissioni di potenza.
In tutti questi anni l’imprenditore reggiano ha coltivato l’arte della trattativa e sa resistere alla tentazione di farsi prendere la mano quando formula l’offerta, difficilmente sopra sette volte l’ebitda (anche per gli asset presi dai danesi è valsa questa regola – 6 volte), semmai quanto più vicino possibile a cinque. E una volta chiuso l’affare, di nuovo entra in gioco l’esperienza affinata nel mettere a frutto le sinergie. Per esempio Walvoil, altra importante acquisizione che risale al gennaio 2015, è passata in poco tempo da una marginalità del 12,3% sul fatturato al 24%. Lo stesso percorso fatto da Hydrocontrol, acquisita due anni prima. Poi le due società sono state fuse creando un polo dei distributori oleodinamici fra i primi al mondo per dimensioni.
Tornando al gruppo, la frenata imposta dal virus ha inciso ma meno della media di settore. I target di crescita per il periodo 2021-2023 parlano di un fatturato che sale del 33% (crescita interna più acquisizioni), livelli reddituali di eccellenza con ebitda attorno al 22%. Gli analisti indicano per il 2021 un obiettivo di fatturato di 1,48 miliardi con ebitda al 22-23%, che Montipò ritiene ragionevole. Costantemente sotto controllo la posizione finanziaria netta, con una leva che si mantiene «in linea con l’ebitda o poco di più». Spiccano poi 2,1 milioni di azioni di proprietà, che ai valori attuali significano circa 110 milioni a disposizione anche per sostenere la campagna acquisti: spesso i deal prevedono il coinvolgimento dell’imprenditore nel nuovo corso dell’impresa e nel caso anche una parte del pagamento corrisposto in azioni.
Nella divisione Acqua si insisterà nella ricerca di maggiori acquisizioni nel settore dei sistemi-componenti per la gestione e controllo dei fluidi per l’industria alimentare, cosmetica e farmaceutica (che vale circa 9 mld di fatturato annuo nel mondo). Ci sono meno possibilità di acquisizioni nel settore delle pompe ad altissima pressione, dove il gruppo è leader mondiale. Nella divisione Olio invece ci sono più spazi, tenendo conto che vale circa 50 miliardi di fatturato annuo nel mondo. E qui è stato realizzato il nuovo sub settore sistemi per la trasmissione di potenza/riduttori (rilevando in pochi anni Reggiana Riduttori, Transtecno e DZ Trasmissioni), più altre possibili opportunità, come dimostra l’ultima dal gruppo Danfoss.

Per parte sua il titolo in borsa ha raggiunto i suoi livelli record nelle ultime settimane, attorno ai 51 euro (dopo l’ultima acquisizione Akros ha alzato il target da 47,6 a 52,6). Straordinaria la performance: dall’inizio del 2006 a oggi, quindi in 15 anni, il titolo è aumentato di dieci volte, senza tener conto dei dividendi immancabilmente distribuiti. La percezione dell’azienda nel mondo è quella di un produttore di alta tecnologia, quindi di una qualità per la quale si è disposti a pagare prezzi maggiori rispetto ai concorrenti, che in questo caso sono colossi come le americane Eaton e Parker o la tedesca Bosch, che «proprio perché ben più grandi non hanno la stessa rapidità d’azione che invece sono caratteristica della nostra forza», osserva Montipò.
Nulla insomma sembra turbare le prospettive della multinazionale reggiana da 5,5 miliardi di euro. «Interpump è un campione di stabilità perché si regge su un mix formidabile di prodotti, di applicazioni e di territori, grazie alla sua presenza su tutti i mercati del mondo. Sia all’interno del settore acqua sia in quello dell’olio il campo di applicazione è così vario e ampio da estendere la diversificazione del rischio». Sotto questo aspetto, conclude, il titolo Interpump è ideale per l’investitore. E lo dice uno che ha come soci decine e decine di investitori istituzionali e professionali provenienti da tutto il mondo. Di questi giorni la notifica da parte di Capital research di aver superato la soglia del 5% del capitale. (riproduzione riservata)



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