Inutile scandalizzarsi, verrebbe da commentare assistendo alla controversia scoppiata per la nomina del presidente «aggiunto» del Consiglio di Stato che abbiamo raccontato nei giorni scorsi.
Non è una novità che la politica voglia mettere becco in una investitura così importante: il presidente «aggiunto» è per una regola non scritta destinato a subentrare al presidente in scadenza. Il che avverrà fra un anno esatto, quando Luigi Maruotti compirà 70 anni.
Non è una novità nemmeno che i magistrati, rivendicando indipendenza e autonomia, difendano il criterio dell’anzianità per una scelta tanto cruciale. Ma la differenza, non di poco conto, qui è la forma che ha preso uno scontro, finito per la prima volta sotto i riflettori.
Con modalità assolutamente imprevedibili. Accade che alla vigilia della designazione preliminare del presidente «aggiunto» da parte del Consiglio di presidenza, organo di autogoverno della giustizia amministrativa presieduto dal presidente del Consiglio di Stato, il medesimo presidente sia convocato a palazzo Chigi. E subito dopo colui che dovrebbe assumere l’incarico di presidente «aggiunto» in base all’anzianità di ruolo, Luigi Carbone, venga bocciato clamorosamente con il voto segreto.
Prendono a circolare voci secondo cui il governo di Giorgia Meloni gli preferisce Luciano Barra Caracciolo, che nel primo governo di Giuseppe Conte è stato sottosegretario con il ministro leghista Lorenzo Fontana, attuale presidente della Camera. E non nasconde le proprie simpatie per la destra.
Le pressioni politiche avrebbero così raggiunto lo scopo, se è vero che la candidatura di Carbone è ormai da considerarsi bruciata. Anche se non si può escludere, in questo esito apparentemente clamoroso, una influenza interna. Di natura strettamente corporativa. Carbone è il consigliere di Stato con la maggiore anzianità di ruolo, ma anche il più anagraficamente giovane. Se il prossimo anno diventasse presidente, potrebbe occupare quella poltrona addirittura per sette anni e mezzo. Troppo. Per trovare una durata alla presidenza superiore bisogna tornare indietro di quarant’anni, a Giorgio Crisci: presidente dal 1986 al 1995.
Ecco perché la bocciatura di Carbone è probabilmente frutto di un combinato disposto fra le spinte corporative interne e le pressioni politiche. Con queste ultime che hanno funzionato egregiamente da detonatore.
Prova ne sia la circostanza che le grandi manovre interne per far materializzare alternative all’ascesa di Carbone erano cominciate ben prima dell’entrata a piedi uniti del governo nella contesa. Un segnale, la mossa di uno dei membri laici dell’organo di autogoverno durante la riunione della commissione precedente alla seduta plenaria del Consiglio di presidenza. Giovanni Doria, eletto dal Senato per conto di Fratelli d’Italia, aveva proposto il nome di Ermanno De Francisco.
È l’ex capo dell’ufficio legislativo di palazzo Chigi durante i due governi di Giuseppe Conte, il quale aveva già stabilito con lui un solido rapporto all’epoca in cui era membro laico del Consiglio di presidenza, eletto per volontà del Movimento 5 stelle: incarico che gli avrebbe poi spianato la strada alla presidenza del consiglio. La candidatura di De Francisco in quell’occasione non ebbe riscontri e fu ritirata. Ma rappresentò comunque un elemento di disturbo, capace in questo frangente di mettere in crisi il principio apparentemente inossidabile dell’anzianità di ruolo.
Di tutto questo, ovviamente, nel comunicato dei sindacati del Consiglio di Stato di lunedì scorso non si parla. Amcds e ConMa hanno reagito alle «interferenze politiche in contrasto con le garanzie costituzionali di indipendenza» con l’assemblea di lunedì scorso nella quale hanno ribadito che l’anzianità come criterio imprescindibile per le nomine non si discute. E hanno anche chiesto al Consiglio di presidenza di metterci la faccia, abolendo la foglia di fico del voto segreto.
Tutti gli scenari sono aperti. Comunque vada a finire, la vicenda suggerisce tuttavia alcune riflessioni. La prima è che in una magistratura come il Consiglio di Stato, per sua natura più vicina al Palazzo considerando che è il bacino dal quale i ministri prelevano i loro più stretti collaboratori, lamentarsi delle ingerenze della politica può anche far sorridere. Colpisce la forma, in questo caso, ma la sostanza rimane. Di conseguenza, la seconda riflessione è che l’anzianità non può essere considerata una barriera a difesa dell’autonomia e dell’indipendenza. I consiglieri più anziani di solito sono proprio quelli che hanno avuto rapporti più profondi con il mondo politico: anche con incarichi, quelli sì davvero politici, politici di ministri e sottosegretari.
Su tutte, però, la terza riflessione. Ha senso che ogni magistratura diversa da quella ordinaria abbia un proprio organo di autogoverno? Ce l’anno i magistrati amministrativi, contabili, tributari e perfino militari. Ognuno con i suoi membri laici eletti dai partiti, ognuno creato con legge ordinaria nel corso della storia repubblicana. Non sarebbe arrivato il momento, per ribadire e rafforzare l’indipendenza di ogni magistratura, di ricondurle tutte all’unico organo di autogoverno previsto dalla Costituzione ossia il Consiglio superiore della magistratura? (riproduzione riservata)