Francesca è architetto, vegana, amante del kitesurf, convive e ha una figlia. Francesca ha qualche risparmio da parte e decide di investire in borsa 100 euro in azioni Tesla. Chiara è medico, onnivora, sciatrice da neve fresca, sposata e con due figli, un maschietto e una femminuccia. Anche Chiara ha qualche risparmio da parte e decide di investire 100 euro in una Startup Innovativa che sviluppa una terapia cellulare contro le malattie autoimmuni. La Tesla di Francesca con l’elettrico ci porta su Marte e non inquina le città, l’investimento di Chiara è in uno spin off universitario fondato da due giovani medici e una ricercatrice da poco dottorata. Passano tre anni e Francesca racconta a Chiara che ha venduto le azioni Tesla e i suoi 100 euro sono diventanti 800 euro. Non è andata su Marte ma la babysitter è pagata. Anche Chiara è fiera di raccontare che dopo tre anni ha potuto vendere la azioni della sua Start-up Innovativa. Anche per lei i 100 euro sono diventati 800. Ad acquistare la startup è stata una società farmaceutica che svilupperà il farmaco così promettente. Le due amiche, fatto il buon investimento, incontrano lo Stato italiano che chiede loro il 26% del profitto, ovvero riscuote la tassa sul capital gain, e si prende 182 euro da ognuna delle due amiche. Ebbene, Francesca ha fatto un bell’investimento in borsa, bravissima. Chiara ha investito in una società italiana non quotata, in una startup, che ha sviluppato un’innovazione nata nella nostra accademia. La Startup ha assunto ricercatori, ha svolto attività clinica in ospedali italiani. Francesca avrebbe potuto vendere Tesla ogni singolo giorno dei tre anni in cui ha tenuto l’investimento. Chiara no, la start-up non è quotata. Ha dovuto attendere con pazienza un evento straordinario avendo fiducia nella ricerca scientifica. Francesca e Chiara hanno corso due rischi molto diversi. Le azioni possono scendere e salire, sono sempre liquidabili. Una startup ha un rischio di fallimento molto elevato e un investimento illiquido. L’impatto delle due società sull’innovazione del nostro Paese non ha paragoni, una startup o una pmi innovativa aumentano la competitività, assumono personale qualificato, trattengono cervelli. Ebbene, perché lo Stato italiano tassa entrambe allo stesso modo?. Chiara meriterebbe di essere insignita con la medaglia al valor civile dal Presidente della Repubblica e certo di non pagare la tassa sul capital gain. Assobiotec, l’associazione che riunisce le società attive nel campo delle biotecnologie ha presentato pochi giorni fa in audizione alla Commissione Attività produttive della Camera la proposta, tra altre (credito di imposta R&S e fondo di investimento match), di annullamento della tassa sul capital gain per chi investe in pmi e startup innovative e detiene l’investimento per almeno tre anni. A oggi sono già in vigore norme che agevolano l’investimento in pmi e startup innovative (30% e in alcuni casi 50% di detrazione dell’importo investito). Con la detassazione del capital gain si faciliterebbe ancora di più quel travaso di risparmio dai conti correnti infruttiferi, dove dormono 1.700 miliardi di euro, a imprese innovative che trasformerebbero l’economia del Paese. Questo governo per tante ragioni e priorità è concentrato sulle gravi emergenze del breve ma non dimentichiamo che la soluzione della pandemia arriva da investimenti a lungo termine in ex Startup Innovative come Moderna, CureVac e BioNtech. Insomma, il biotech sta salvando il mondo. Via la tassa sul capital gain #StartupNOtax. (riproduzione riservata)