L'Unione Europea ha reagito bene alla pandemia e ha aperto la strada a un grande programma di ripresa e di resilienza. Poi è arrivata la guerra, questa guerra maledetta di invasione di un popolo libero e di uno Stato sovrano. E finora non si apprezza un'iniziativa politica della Unione Europea, al netto delle condivisibili azioni che alcuni leader di governo hanno e stanno conducendo. E stenta ad emergere la consapevolezza dei costi che la guerra produce in termini di aumento dei prezzi, di riduzione di materie prime disponibili, di crollo della fiducia e quindi della propensione all’investimento.
Ciò naturalmente senza considerare l’assistenza sacrosanta ai profughi che vengono dall'Ucraina e l’aumento della pressione migratoria, che verrà dall'Africa verso di noi, in ragione di una recrudescente crisi alimentare.
Facciamo due conti riassuntivi degli ultimo tre anni: nel 2019 adottato il Green Deal per 520 miliardi di investimenti aggiuntivi dell'Ue all’anno per 10 anni e la Trasformazione digitale per 130 miliardi di investimenti aggiuntivi Ue all’anno per 10 anni; nel 2020 causa Covid i bilanci pubblici aumentati un po’ ovunque di 20-30 punti con conseguente deficit e in Italia il rapporto debito/pil passa da 133% a 156%. Nel 2021 aumento prezzi energia da fine estate e con la guerra ulteriore rialzo dei prezzi energia: se nel 2018 l’Ue spendeva 331 miliardi all’anno per l'approvvigionamento energetico, nel 2022 siamo circa al doppio. I costi per la difesa sono destinati a salire (i paesi Ue già spendono circa 230 miliardi all'anno) e così la spesa per i rifugiati (oltre 5 milioni nell’Ue).
Su queste basi è possibile stimare un fabbisogno aggiuntivo di risorse nell’Ue per quasi 1.000 miliardi all’anno per i prossimi anni. Di fronte a queste sfide, abbiamo i preziosi ed importanti Next Generation, Sure, il bilancio poliennale dell’Ue e la Bei. Ma non bastano, specie in un quadro in cui i bilanci pubblici sono stati già spremuti per far fronte al Covid, gli investimenti privati rischiano di ridursi, in conseguenza del clima di incertezza legato alla guerra (soprattutto nei paesi dell’Est) e la Bce, a causa dell’inflazione in aumento (7,5%) potrebbe ridurre gli acquisti di titoli di Stato e a aumentare i tassi di interesse.
Questo quadro, non proprio entusiasmante, deve anche tener conto di un calo già in atto della ripresa economica, e di un potenziale rischio di povertà delle famiglie, legato al generale aumento dei prezzi, inclusi alimentare e beni di prima necessità.
A fronte di tutto questo, abbiamo bisogno di un Nuovo Next Generation Ue pari ad almeno 3-4 volte quello attuale, dunque almeno 2.000 miliardi, per ridurre la pressione sui bilanci nazionali ormai al limite, ridurre i tassi di mercato sui titoli di stato (emessi dall’Ue) e, con una Bei rafforzata, fornire maggiori garanzie per stimolare gli investimenti privati (abbiamo solo in Italia 1.800 miliardi sui conti correnti bancari).