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KEIR STARMER PRIMO MINISTRO INGLESE
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Nebbia sulla Manica: continente isolato?

di Piero S. Graglia*
03 marzo 2025, 20:40 Ultimo aggiornamento: 20:48

L’Ue maggiormente coesa sul piano della politica estera dovrà trovare un dialogo con il Regno Unito

«Take back control». Con questa affermazione Boris Johnson ha guidato il Regno Unito fuori dall’Unione Europea e con la stessa logica Keir Starmer potrebbe anche pensare di riavvicinare il Regno Unito all’Unione. Anche se il vertice di Londra non ha dato frutti miracolosi, la storia dei rapporti tra Regno Unito ed europei è sempre stata dominata dalla comunanza degli interessi, in guerra come in pace, e mai come in questo periodo gli interessi del Regno Unito - che gioca a sognare la «Global Britain» senza averne le forze - sono gli stessi del continente. Per «riprendere il controllo» in una fase in cui bisogna aspettarsi di tutto, compreso l’impossibile.

Del resto, il mito tranquillizzante della special relationship tra Washington e Londra ha mostrato la sua faccia più realistica e crudele durante l’incontro tra Trump e Starmer alla Casa Bianca: lungi dall’essere un incontro tra pari sembrava il monologo di un piazzista con accanto il saggio venditore che cerca di ricordare termini, regole e mandati. Con poca fortuna.

E perché negare che esiste per Londra un’altra relationship non meno speciale, come confermato dal vertice di domenica a Londra? Per anni i britannici hanno disegnato la politica commerciale della Cee-Ue, sono stati i più abili ed efficaci negoziatori per il tavolo europeo con soggetti terzi. Hanno aderito alla Cee a suo tempo, dopo dodici anni di attesa, subendo i ricatti della Francia di de Gaulle, ma hanno dato sempre un contributo non insignificante alla struttura comunitaria: anche quando si opponevano erano un attore fattivo e mai passivo.

Hanno criticato per anni l’entità del contributo britannico al bilancio Cee, valutando i minori vantaggi raccolti dall’agricoltura britannica rispetto a quelli per l’agricoltura continentale; non sopportavano «l’Europa sociale» e i meccanismi obbliganti dei fondi europei; avevano in uggia la sovranazionalità che uno «spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia» implica. Hanno lasciato l’Ue per una serie di incredibili errori politici e per avere sottovalutato le chimere del nazionalismo di Nigel Farage, con il referendum che è scoppiato in mano a David Cameron come un petardo nelle mani di uno sprovveduto. Tutto noto e verificato. Tuttavia hanno pagato pesantemente la negazione della interdipendenza tra Londra e il resto dell’Unione, sul piano economico e quello socio-culturale, e adesso gli scenari mutevoli che la situazione presenta sembrano spingere decisamente per un riavvicinamento tra tutti gli europei, britannici compresi.

Non si può pensare a una politica estera comune dell’Unione nella crisi continentale senza il Regno Unito, attore esterno ma partecipe; non si può pensare a un contributo degli europei sul piano del peacekeeping senza includere i britannici come supporto e sostegno. Questo creerà nuove «solidarietà di fatto» (per usare le parole di Jean Monnet)? Di certo apre scenari in cui un’Unione maggiormente coesa sul piano della politica estera dovrà trovare un dialogo con il Regno Unito, isolato nella sua bolla atlantica ormai svuotata di senso. Nel continente preso di mira dal mercantilismo selvaggio e bizzoso di una presidenza imprevedibile, l’Unione non fa la forza: l’Unione è la forza. (riproduzione riservata)

*Università degli Studi di Milano



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