La tassa sugli extraprofitti ha fatto paura alle banche italiane. Dopo l’annuncio a sorpresa del governo, nella sola seduta di martedì 8 agosto il settore ha bruciato quasi 10 miliardi di capitalizzazione. Uno scivolone che ha costretto Palazzo Chigi a correre ai ripari, correggendo il tiro sul prelievo fiscale.
Il successivo rimbalzo ha sorpreso forse più della caduta: dal martedì nero a Ferragosto l’indice di settore ha recuperato oltre il 5%. Il caso più significativo è stato quello di Mps. L’istituto senese, da oltre 10 anni anello fragile della finanza italiana, ha lasciato sul terreno quasi l’11% all’indomani dell’annuncio del governo. Una caduta giustificata dal fatto che, in base alle prime stime degli analisti, Rocca Salimbeni avrebbe potuto essere una delle banche più penalizzate dalla tassa, non solo per il forte radicamento in Italia ma anche per la concentrazione dei ricavi nell’intermediazione tradizionale.
Proprio per questa ragione il cambio di rotta del ministero del Tesoro guidato da Giancarlo Giorgetti (con l’introduzione di un tetto al prelievo fiscale, calcolato sull’attivo) ha fatto bene soprattutto a Siena: in una settimana il titolo ha recuperato l’intera perdita borsistica, salendo poi ulteriormente sino a portarsi intorno a Ferragosto vicino ai massimi post aumento di capitale a quota 2,79 euro.
La notizia è certamente positiva per gli azionisti entrati con la ricapitalizzazione da 2,5 miliardi dell’autunno scorso. Da allora il titolo ha guadagnato quasi il 40%, consentendo agli investitori di registrare plusvalenze teoriche significative.
Il merito va soprattutto alla svolta industriale della banca che, per merito sia del rialzo dei tassi di interesse che della ristrutturazione avviata dal ceo Luigi Lovaglio, ha realizzato risultati superiori alle attese del mercato. Basti pensare che la semestrale si è chiusa con un utile di 619 milioni, in crescita di circa 12 volte sui 53 milioni conseguiti nello stesso periodo del 2022. Il secondo trimestre ha contributo per 383 milioni, il 62,6% in più dei primi tre mesi del 2023 e ben al di sopra dei 217 milioni stimati dagli analisti.
I soci entrati in aumento di capitale hanno insomma di che fregarsi le mani. Le fondazioni per esempio hanno realizzato sinora una plusvalenza teorica di circa 60 milioni sui quasi 150 investiti nell’ottobre scorso, mentre per Davide Serra e Andrea Pignataro (entrati con 50 milioni a testa) la cifra si aggira intorno ai 20 milioni. Meno contenta sarà forse Axa, che a febbraio ha collocato il suo intero 8% senza perciò approfittare dei successivi rialzi del titolo.
Che dire invece del principale azionista, il Tesoro italiano, che ha ancora in mano il 64% del Monte? Dopo aver investito 5,4 miliardi nella ricapitalizzazione precauzionale del 2017, via XX Settembre è stata di fatto l’anchor investor dell’ulteriore aumento dell’anno scorso in cui ha versato 1,9 miliardi. Complessivamente Siena ha drenato sinora 7,3 miliardi allo Stato. Il prezzo medio di carico dell’azione invece si aggira intorno a 9 euro, secondo i calcoli fatti dai banker.
L’azionista pubblico è insomma ancora lontano dal vedere una plusvalenza, anche se negli ultimi mesi le perdite potenziali si sono ridotte in maniera significativa. L’altra buona notizia è che, favorito dal buon andamento dei conti, dalla prospettiva di un ritorno al dividendo nel 2025 e dalla tenuta dell’economia italiana (di cui Mps è una proxy non solo per il forte radicamento nel tessuto produttivo, ma anche per i circa 12 miliardi di titoli di Stato tricolori in portafoglio), il rally del titolo potrebbe continuare. Ecco perché dopo l’estate potrebbero riaprirsi le discussioni sul futuro della banca.
La strada maestra potrebbe essere quella emersa già nei mesi scorsi: non una exit immediata, ma una discesa graduale che faccia spazio a nuovi soci privati. Il Tesoro non ha ancora nominato advisor dopo la scadenza dei mandati di Bank of America e dello studio legale Orrick, ma nelle banche d’affari circolano già le prime speculazioni. Si ipotizza per esempio che via XX Settembre collochi una quota compresa tra il 5 e il 10%.
Considerando un prezzo di mercato attorno ai 3 euro e uno sconto del 10%, l’operazione potrebbe fruttare all’azionista tra 170 e 350 milioni. Il deal avrebbe effetti marginali sulla finanza pubblica, ma il suo significato sarebbe soprattutto segnaletico. Da un lato consentirebbe allo Stato di cristallizzare la ripresa di valore del titolo. Dall’altro lato lancerebbe al mercato, alla Commissione Europea e alla Bce un messaggio chiaro: la privatizzazione di Mps è partita.
L’autunno potrebbe essere il momento propizio, anche se le insidie sono dietro d’angolo. Il progetto rischia di essere compromesso non solo dalle turbolenze dei mercati, ma anche da nuove maldestre misure sul sistema bancario che rischiano di tradursi in clamorosi autugol, come accaduto per la tassa sugli extraprofitti. (riproduzione riservata)