Martedì 2 giugno ci ha lasciati Lino Cardarelli, parmense, classe 1934, primogenito nella nidiata di sei figli, grande manager, amante della musica classica, serio, rigoroso, determinato, capace di gestire il gruppo Montedison prima che Raul Gardini prendesse i pieni poteri e portasse il gruppo alla bancarotta.
Sono tanti i ragionieri nel primo Novecento, alla ricerca di un lasciapassare per il mondo del lavoro. Come Paolo Baffi e Federico Caffè, Cardarelli avrebbe voluto puntare sugli studi classici, ma le risorse di famiglia erano poche. Fresco di diploma, va subito a lavorare in una filiale della Banca Commerciale Italiana - allora guidata al banchiere umanista Raffaele Mattioli -, assegnato all’ufficio “assegni circolari”.
Curioso come pochi, si laureò in Economia per poi studiare alla London School of Economics, all’Harvard Business School di Cambridge, a Berkeley in California, all’Imede a Losanna. Dopo anni passati all’Agip, all’Olivetti, alla Snia Viscosa, Cardarelli approda alla Montedison, prima alla pianificazione finanziaria, poi arriva la nomina ad amministratore delegato, con presidente Mario Schimberni. Alla nomina, il padre Tommaso si limitò ad abbracciarlo. Un po’ come la madre di Romano Prodi che, dopo la sua nomina a presidente dell’Iri, gli disse, dopo cena: «Porta giù il rusco!».
A Foro Bonaparte veniva soprannominato il ”Carda”. L’allora direttore di Panorama Carlo Rossella scrisse che «al Carda non piacciono i padroni». Era vero, il suo profondo convincimento era che il ceo ha il compito di assicurare il buon funzionamento dell’azienda, rispettare tutti gli stakeholders, e non quello di compiacere un azionista di controllo.
Questo convincimento gli fu fatale poiché Raul Gardini non era dotato di cultura né gestionale né industriale, «non era in grado di dare certezza agli obiettivi e assicurare continuità alla coerente conduzione di un gruppo quotato nelle principali piazze finanziarie mondiali». Lo storico Luciano Segreto ha saggiamente intitolato il suo volume Il costruttore e il giocatore, ovvero Serafino Ferruzzi e Raul Gardini. Un giorno, sul finire degli anni Ottanta, Gardini insistette per compiere un’operazione infragruppo ai danni degli azionisti di minoranza: Cardarelli si oppose, Gardini gli disse che «doveva ubbidire in quanto lui era azionista di maggioranza relativa con il 40% delle azioni», al che il Carda rispose che «come amministratore delegato aveva la responsabilità di tutelare il 100% del capitale». La delibera non passo, se non dopo le dimissioni di Cardarelli.
Cardarelli fu anche banchiere alla Banker Trust e alla Bnl, dove venne incaricato di coordinare le attività corporate della banca chiamato da quel galantuomo di Nerio Nesi, che fu successivamente costretto a dimettersi dopo l’affaire Atlanta, ossia finanziamenti al traffico d’armi finiti male, che dissanguarono la banca romana.
Nel 2003, dopo la caduta di Saddam Hussein, Cardarelli viene indicato dagli americani per una posizione apicale del governo provvisorio dell’Iraq. Un incarico gravoso, due anni nella Green Zone a Baghdad. Una sorta di “give back” al mondo. Ne parla ampiamente lo stesso Cardarelli nel suo libro Dalla Montedison a Baghdad. Dal ginepraio della finanza alle eterne crisi del Medio Oriente.
Qualche settimana fa, Lino Cardarelli ci scrisse due whatsapp, lezioni di vita: «Vengo dalla scuola “don’t confuse efforts with results”, e solo su questi ultimi misuro la mia performance». E ancora: «Never stop at the first bus stop…try, try again. The next one could be better». Mai mollare, come solo le persone tenaci sanno fare. (riproduzione riservata)
* Wealth Advisor, professore di Sistema Finanziario presso la Liuc Carlo Cattaneo di Castellanza