Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli, insieme». La formula usata da Mario Draghi ad Aquisgrana va oltre la difesa e la sicurezza. Descrive la condizione economica dell’Europa: abbastanza grande per pensarsi come una potenza, ancora troppo frammentata per agire davvero come tale. L’Ue dispone di una massa critica unica per popolazione, risparmio, capacità industriale e capitale umano. Eppure, in settori decisivi, continua a funzionare come un insieme di mercati nazionali separati. Il risultato è un costo nascosto ma strutturale: più burocrazia, meno concorrenza, meno scala, meno investimenti, minore capacità di assorbire shock esterni.
Il mercato unico ha già prodotto benefici evidenti. La crescita del commercio intraeuropeo nei beni mostra che, quando l’integrazione è accompagnata da standard comuni, mutuo riconoscimento e catene produttive transfrontaliere, l’Europa sa generare efficienza e massa critica. Ma il ciclo più fertile dell’integrazione si è fermato troppo presto e oggi il ritardo è visibile soprattutto nei servizi.
Regole locali, licenze, qualifiche professionali non pienamente riconosciute, applicazioni divergenti delle direttive e procedure amministrative lente continuano a limitare l’espansione cross-border delle imprese. Se offrire servizi in tre Paesi membri significa affrontare tre sistemi di compliance, tre prassi autorizzative e tre interpretazioni regolatorie, allora il mercato unico resta una costruzione giuridica più che una piattaforma economica pienamente operativa.
La stessa criticità si ritrova nei capitali. L’Europa non soffre per mancanza di risparmio: ne soffre per insufficiente trasformazione del risparmio in capitale produttivo. Una parte molto ampia della ricchezza delle famiglie resta immobilizzata in strumenti sicuri ma poco orientati al rischio, mentre imprese innovative e settori ad alta crescita faticano a trovare mercati profondi, investitori specializzati e infrastrutture finanziarie davvero integrate.
Questa debolezza pesa in un’economia mondiale in cui competitività significa anche finanziare tecnologia, ricerca, difesa industriale, transizione energetica e scala dimensionale. Gli Stati Uniti possono contare su mercati dei capitali profondi, liquidi e relativamente unificati. L’Europa continua invece a muoversi tra regole, infrastrutture e prassi frammentate che aumentano i costi e riducono l’efficienza complessiva del sistema.
Per questo il completamento del mercato unico non può più essere letto come un dossier tecnico da addetti ai lavori. È una questione di crescita, ma anche di sovranità economica. Se l’Europa vuole reggere la competizione con Stati Uniti e Cina, finanziare la propria base industriale, accelerare su digitale ed energia e rafforzare la propria autonomia strategica, deve creare mercati continentali nei settori in cui oggi esistono ancora troppe frontiere invisibili.
La Commissione europea ha rimesso il tema al centro della propria agenda. È un passo importante, ma non sufficiente se non sarà accompagnato da un enforcement più forte delle regole esistenti e da una vera riduzione delle barriere domestiche che ancora proteggono assetti nazionali e incumbent. L’Europa non è povera di risorse, di imprese o di competenze. È povera di scala effettiva. Finché non riuscirà a trasformare la propria dimensione continentale in mercati davvero continentali, resterà grande sulla carta ma più piccola nella crescita, nell’innovazione e nella competizione globale. E oggi questo lusso non può più permetterselo. (riproduzione riservata)