Borse e private equity sconteranno a lungo questo sconvolgimento imposto da Donald Trump agli equilibri geo-economici mondiali. L’unica possibilità è negoziare con gli Usa che non possono tenere questa strategia iperbolica nei confronti del resto del mondo. L’immagine è di Antonio Pace, senior partner e responsabile Continental Europe del fondo norvegese HitecVision, nonché docente di risk management alla Cattolica di Milano.
Risposta. Mi pare una strategia “iperbolica”, ovvero facciamo valutazioni economiche sulla base di quel che è stato detto ma non sappiamo dai bilaterali che si apriranno quali saranno le valutazioni finali.
R. I mercati, in scia alle modalità di comunicazione della Casa Bianca, si focalizzano su semplici calcoli: le bilance commerciali dei singoli Paesi con gli USA ed i singoli prodotti esportati in USA. L’indice italiano soffre per queste due ragioni, non per un rischio idiosincratico del Paese. Quanto possa durare dipende da variabili macro indotte da indipendenti variabili geopolitiche, come le tariffe: la più importante di esse è l’inflazione; la storia economica insegna che l’inflazione indotta dai consumi - spinti ora dai dazi - può portare ad una sostanziale riduzione della produzione industriale, in un potenziale contesto stagflattivo.
R. Non penso; occorre mediare, fino a che la traiettoria dell’iperbole torni ad avere una certa linearità. Visto dall’esterno, oggi il mondo occidentale presenta elementi politici e macroeconomici come protezionismo, alti deficit, inflazione, tipici dei mercati emergenti. Ma la dimensione dei mercati occidentali non penso possa permetterci di muovere da “mercati emergenti”, con una variabile troppo spesso dimenticata, sullo sfondo: la crescita demografica.
R. L’Europa importa servizi: Tecnologia, Difesa e Finanza, tra gli altri. Non penso esista oggi una possibilità di “indipendenza” industriale in queste tre verticali.
R. Allo stato attuale, è maggiore rispetto a quello che solo fino a qualche settimana fa i mercati prezzavano. In questo momento, l’indice di volatilità (Vix) negozia ad un livello che non vedevamo dal Covid: i mercati sono quindi entrati in una fase emozionale di panico, che ritengo non sarà di breve durata; quando alcuni indicatori strettamente tecnici danno queste indicazioni occorrono tempo e strumenti adeguati per far si che possano riassorbirsi. Da qualche settimana, alcuni di questi indicatori segnalano un’inflazione “core”, a breve ed a lungo, decisamente superiore a quanto prezzato dai mercati; ero personalmente stupito che i mercati pubblici non correggessero.
R. Le “exit”, cioè la vendita delle quote nelle società partecipate diverranno più complesse, la durata media di un investimento si allungherà, avremo una dispersione sostanziale dei ritorni tra diversi settori (i mercati pubblici, già oggi, la evidenziano) e la raccolta, come conseguenza, sarà più difficoltosa per la minore liquidità sul mercato. Il ratio tra ritorni agli investitori e contribuzioni (cioè la richiesta di capitale agli investitori) si avvicina pericolosamente ai livelli che avevamo durante la global financial crisis. L’accesso ai capitali per le imprese diverrà più complesso.
R. L’inizio delle negoziazioni. Ma per negoziare occorre un mediatore, scevro da pregiudizi. Esiste? Occorre non dimenticare che la Cina ha uno strumento, endogeno, che altre macro aree non dispongono: la valuta.
R. La Fed, insieme alle altre banche centrali, ha avuto successo nel riportare al tasso target l’inflazione che però, da settembre 2024 ad oggi, è più che raddoppiata, portandosi dietro la volatilità di oggi e la correlazione di domani. In questo contesto entrano in gioco players dormienti fino a qualche mese fa come gli hedge funds. Il lavoro che attende la Fed è ancora più complesso che nel 2022, sempre che gli obiettivi siano i medesimi; obiettivi che paiono però, oggi, disallineati rispetto all’azione della Casa Bianca. (riproduzione riservata)