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Investire nel nuovo ordine geopolitico: i gestori spiegano come adattare i portafogli di azioni e bond
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Investire nel nuovo ordine geopolitico: i gestori spiegano come adattare i portafogli di azioni e bond

di Jole Saggese e Giulia Venini
31 gennaio 2026, 08:00 Ultimo aggiornamento: 09:52

La correlazione tradizionale tra equity e reddito fisso non vale più, mentre il dollaro perde il ruolo guida tra le valute

Dalla fine delle correlazioni «facili» al ritorno dell’oro e delle valute come strumenti di protezione. In un contesto in cui il peso della geopolitica si è fatto dominante, la volatilità diventa parte della strategia.

Il nuovo ordine dei mercati è anche un nuovo ordine degli investimenti. L’attenzione si sposta da Wall Street a Washington, ma ridurre tutto al «fattore Trump» per molti gestori sarebbe fuorviante. Il cambiamento in atto segna la fine delle correlazioni tradizionali tra azioni e obbligazioni, tra azioni e dollaro e impone un ripensamento delle logiche di costruzione dei portafogli.

È uno scenario in cui alcune asset class si acquistano anche sui massimi e l’oro torna protagonista più della liquidità, mentre il dollaro perde il suo storico ruolo di valuta guida. E forse è proprio nelle divise che oggi si cerca protezione. Dopo tre anni di rally, la turbolenza non è solo un rischio, ma può diventare un’occasione per riposizionarsi.Di questi temi si è discusso a Missione Risparmio su Class Cnbc con Roberto Coletta (Julius Baer), Andrea Ferrante (Swisscanto Italia), Adriano Nelli (Pimco), Marco Piersimoni (Pictet Asset Management) e Alessandro Varaldo (Banca Aletti).

Domanda. Quanto è legato al fattore Trump l'attuale andamento dei mercati?

Nelli: Non è del tutto vero che il mercato stia penalizzando gli Usa, che restano comunque sui massimi. I flussi di investimento sui Treasury americani sono stati stabili lo scorso anno e molte posizioni sono state coperte. È vero che c’è una debolezza del dollaro, ma forse è anche il frutto di speculazioni di mercato legate a possibili interventi a sostegno dello yen. Certo, c’è un nuovo ordine mondiale, c’è il rischio geopolitico e ci sono ancora molte questioni aperte. Tuttavia per un gestore obbligazionario si aprono numerose possibilità di diversificazione a livello internazionale. Possiamo muoverci di più: stiamo aumentando l’esposizione globale.

Ferrante: La componente Trump è stata in parte digerita dai mercati. Le sue affermazioni vengono percepite meno seriamente rispetto al passato. Ma i mercati non amano l’incertezza, soprattutto se ci sono continui cambiamenti di direzione. Il punto di domanda più rilevante riguarda la Fed. Se un cambio al vertice dovesse mettere in discussione l’indipendenza della banca centrale, sarebbe un segnale molto negativo per i mercati. Il dollaro sta perdendo parte della sua forza come investimento di riferimento per molte banche centrali e osserviamo un forte interesse per l’oro.

Varaldo: I fondamentali devono tornare a essere la bussola: come va l’economia, come vanno le aziende e soprattutto come evolve la dimensione e la sostenibilità del debito. Oggi siamo in un contesto di crescita globale sopra il 3% e di inflazione che gradualmente si muove nella direzione giusta anche grazie alla credibilità della Fed e al lavoro di Powell. Il problema nasce se questa credibilità dovesse venire meno, insieme a un debito che continua a crescere negli Usa e a livello globale. Sarebbe un serio problema per tutte le asset class, a partire dai Treasury.

D. La minaccia di Trump a chi vorrebbe vendere Treasury può essere un primo tallone d’Achille della sua politica?

Coletta: È in corso una sorta di operation twist, un ribilanciamento tra emissioni a breve e a lungo termine, ed è chiaro che perdere l’interesse di potenziali compratori del debito americano potrebbe diventare un problema. Si osserva anche un ribilanciamento dei portafogli, sia dei money manager sia del retail, che stanno in parte uscendo dai titoli di Stato Usa per acquisire asset rifugio come dollaro e oro.

Piersimoni: Penso che il mercato stia interpretando correttamente le intenzioni dell’amministrazione americana. Buona parte di quello che veniva definito Trump trade - small cap, finanziari, alcuni segmenti dell’energia - sta andando bene. Ci sono stati momenti di forte avversione al rischio e di volatilità, soprattutto ad aprile dopo l’annuncio sui dazi, ma il mercato si è normalizzato molto rapidamente. L’amministrazione è vigile: il segretario al Tesoro Bessent interviene come un pompiere ogni volta che emergono movimenti preoccupanti sulla curva dei rendimenti.

D. Dollaro debole, yen in rafforzamento, movimenti sul franco svizzero: sono le valute la parte difensiva dei portafogli?

Nelli: Quando si propone agli investitori una strategia globale serve offrire strumenti che proteggano dalle oscillazioni dei cambi, ma non bisogna dimenticare che la gestione attiva delle valute contribuisce all’alpha complessivo del portafoglio. L’aspetto più importante è evitare che un investitore in euro abbia un portafoglio dipendente solo dall’andamento del dollaro, soprattutto in una fase di possibile debolezza strutturale della valuta americana.

Piersimoni: Il dollaro oggi è debole per scelta politica, non per dinamiche casuali. Per questo non svolge più la funzione di protezione che aveva in passato. Possono funzionare altre valute, come il franco svizzero o, in parte, lo yen, ma soprattutto funziona la duration europea.I titoli di Stato europei, per un investitore in euro, sono uno strumento efficace di protezione nelle fasi di tensione.

D. Vale la pena acquistare oro in ottica difensiva, ora che è sui massimi?

Ferrante: L’oro ha una peculiarità: è un’offerta anelastica. La produzione annua è di circa 3.500 tonnellate e la quantità totale di metallo esistente è stimata intorno a 220 mila. Questo significa che la domanda non trova una risposta sufficiente nella produzione.

Coletta: L’oro e le materie prime tornano a essere una componente strutturale dei portafogli, anche per la clientela privata, all’interno di asset allocation ben diversificate. Il contesto geopolitico ha rafforzato negli ultimi mesi il loro peso strategico, in particolare quello dell’oro.

Varaldo: In un contesto di dollaro debole, yen in rafforzamento e oro sui massimi, è in atto un’inversione di trend dopo anni di forza del biglietto verde. Per l’investitore europeo questo implica un maggiore peso delle asset class in euro e una diversificazione più ampia, che includa mercati emergenti, credito di qualità e strategie decorrelate, comprese le materie prime, per migliorare il profilo rischio-rendimento.

D. Come vi state orientando, in ottica di diversificazione del portafoglio?

Nelli: Oggi è possibile costruire portafogli di qualità e liquidi senza assumere eccessivo rischio di credito, grazie a rendimenti ancora interessanti sulla parte intermedia della curva. Questo permette di combinare reddito e potenziale di apprezzamento in caso di peggioramento del quadro macro e di un calo dei tassi superiore alle attese.

Dal punto di vista globale, la diversificazione è interessante nei Paesi con poco spazio di intervento fiscale e dove i tassi reali sono elevati, come il Regno Unito e molte economie emergenti, caratterizzate da curve ripide e da un potenziale spazio per futuri tagli dei tassi. In Europa vediamo meno margine di manovra, a meno che l’euro non continui ad apprezzarsi in modo significativo.

Ferrante: La diversificazione resta fondamentale sia sulla componente azionaria sia sul reddito fisso. Riteniamo interessanti i mercati emergenti e l’Europa può esserlo per un investitore eurocentrico. È anche vero che da molti anni appare conveniente dal punto di vista delle valutazioni, senza poi offrire performance particolarmente brillanti.

Coletta: Sulla componente obbligazionaria stiamo consigliando una duration medio-lunga, tra 5 e 7 anni, di buona qualità e senza rischio di cambio. Sulla parte corta della curva assumiamo maggiore rischio, con un sovrappeso sugli emittenti dei mercati emergenti.

Sull’azionario privilegiamo l’Europa, in particolare Germania e Svizzera, e siamo positivi su Giappone e Singapore. Gli Usa restano presenti nell’asset allocation strategica, ma abbiamo ridotto il peso da overweight a neutral.

Varaldo: I Treasury restano il mercato più liquido ed efficiente. La curva è invertita fino a circa due anni: c’è valore sulla parte breve, mentre sulla parte lunga esiste il rischio di un ulteriore irripidimento. I Treasury devono quindi restare in portafoglio, ma con attenzione alla duration e alla gestione del rischio dollaro, perché un’ulteriore svalutazione del 5-7% può incidere sui rendimenti in euro. Servono strategie che diversifichino per area geografica e per valuta, mantenendo però elevata la qualità del credito, sia negli Stati Uniti sia in Europa, con un sovrappeso sull’Europa.

Piersimoni: Siamo d’accordo. Gli Usa devono restare in portafoglio dal punto di vista azionario, per la leadership tecnologica e l’eccellenza operativa delle imprese.Diverso è il discorso per il dollaro, che resterà debole per scelta politica, e per i Treasury. Per un risparmiatore in euro non vedo grande utilità nel debito americano.

D. Come sono cambiati rischi e opportunità d’investimento?

Nelli: Il rischio principale che vedo è una possibile sorpresa sul fronte dell’inflazione. Uno scenario di riaccelerazione dell’inflazione o di stagflazione, in cui i tagli non si materializzano, potrebbe creare problemi, perché i prezzi nominali degli asset sono coerenti con uno scenario di inflazione sotto controllo. In quel caso potrebbero soffrire sia le azioni sia le obbligazioni tradizionali.

Ferrante: Nel 2025 gran parte degli utili globali proviene dagli Usa ed è legata all’AI. Il tema resta centrale, ma richiede un approccio selettivo, anche perché i forti investimenti in corso rappresentano un potenziale rischio, aprendo spazio a opportunità anche in Asia.

Coletta: Vediamo opportunità soprattutto nei settori healthcare e finanziario. Il rischio resta legato al tema dell’inflazione. All’interno di un’asset allocation ben diversificata riteniamo importante una quota di investimenti diretti e di attivi reali.

Varaldo: L’AI resta un megatrend e continuerà a produrre risultati, ma le performance saranno molto differenziate tra i titoli. Continueranno a beneficiare di forti flussi tecnologia, difesa, sicurezza, i finanziari, le utility e in parte le tlc. Accanto ai settori tradizionali è importante inserire strategie a minore correlazione, come alternative, private market e total return, per migliorare la stabilità complessiva del portafoglio.

Piersimoni: Negli Usa AI e farmaceutico richiedono ora una selezione più attenta. Sull’energia resto cauto: prezzi bassi del petrolio e dei carburanti sono una scelta politica che potrebbe proseguire fino alle elezioni di medio termine, limitando le opportunità di performance. (riproduzione riservata)

(ha collaborato
Elisabetta Piccininni)



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