Il 2017 è stato un anno stellare per i mercati emergenti e gli investitori sono sempre più fiduciosi. In un simile contesto di euforia appare utile lanciare qualche monito su quanto rapidamente le cose potrebbero cambiare. Gli afflussi netti di capitale nei mercati emergenti sono al loro massimo da due anni a questa parte. JP Morgan prevede che la crescita nei Paesi emergenti raggiungerà il 4,8%, trainata soprattutto dalla domanda interna. Questa asset class sembra trovarsi in una posizione migliore per resistere ai crescenti tassi di interesse statunitensi rispetto all’ultimo importante sell-off del 2013, il cosiddetto «taper tantrum». In base ai rendimenti complessivi, i titoli e le obbligazioni dei mercati emergenti sono tra i migliori asset a livello globale.
Anche se i tassi di interesse degli Stati Uniti sono aumentati, lo spread tra i rendimenti delle obbligazioni sovrane nei mercati emergenti e i Treasury si è ridotto. La volatilità è stata bassa. Recentemente gli investitori hanno permesso anche al Pakistan di raccogliere miliardi di dollari di debito, contribuendo a portare quest’anno l’emissione in dollari nei Paesi emergenti a un record. L’Indonesia, che di solito attinge a inizio anno ai mercati del debito, nel mese di dicembre ha raccolto un totale di 4 miliardi di dollari, pagando meno che a luglio.
Nonostante l’ottimismo generale, un indice creato dall’Institute of International Finance segnala che i rating del credito hanno raggiunto il livello più basso dal 2010. Oltre ai downgrade sovrani per Cina, Sudafrica e Turchia, nel terzo trimestre sono stati decisi 43 abbassamenti di rating societari nei mercati emergenti a fronte di 16 upgrade, secondo quanto segnala Standard & Poor’s. L’andamento dei rating lascia intendere che le agenzie sono ancora preoccupate per la sostenibilità degli elevati livelli di indebitamento di molti Paesi emergenti e per la capacità di rifinanziare in presenza di un aumento dei tassi.
La prospettiva apparentemente brillante potrebbe dunque venir modificata da alcuni fattori finora trascurati. Per esempio, in calendario ci sono almeno 18 tornate elettorali, tra cui gli appuntamenti che riguardano colossi dei mercati emergenti come il Sudafrica e l’Indonesia. Secondo gli analisti di JP Morgan, l’America Latina presenta il calendario politico più pesante da oltre dieci anni a questa parte.
Il rischio di risultati imprevisti è elevato. Come visto quest’anno in India, i governi riformisti possono rallentare le economie molto più di quanto gli investitori - o i politici - si aspettino. Poi resta la perenne incognita della crescita cinese. Il sistema finanziario traballante o una contrazione nel mercato immobiliare del Dragone potrebbero ripercuotersi negativamente sugli altri Paesi emergenti.
Finora gli investitori sono stati confortati da fattori quali in miglioramento dei conti pubblici di tali Paesi. Ma i bilanci delle amministrazioni pubbliche si sono deteriorati, se si guarda a parametri come i deficit di bilancio e i livelli del debito. C’è anche il rischio incombente rappresentato dalla scadenza di una gran massa di debito nell’arco dei prossimi tre anni. Insomma, con i Paesi emergenti negli ultimi tempi i guadagni sono stati importanti, ma gli investitori non dovrebbero dormire sugli allori.
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