A poche ore dalla record date è ancora presto per avere numeri certi sull’assemblea di Mediobanca che il 21 agosto dovrà decidere sull’ops per Banca Generali. Una cosa è chiara però: la percentuale di capitale presente (seppur solo virtualmente, data la modalità da remoto) sarà decisiva per capire se il progetto targato Alberto Nagel avrà la luce verde.
Storicamente le assemblee di Piazzetta Cuccia registrano una partecipazione compresa tra il 70 e l’80% del capitale, un livello elevato nel panorama delle quotate italiane. Lo scorso 16 giugno, in occasione dell’ultimo appuntamento con i soci poi rinviato, l’asticella si è spinta oltre l’80%, segnando un record per la storia recente dell’istituto. E questa volta la posta in gioco è ancora più alta. Trattandosi di un’assemblea ordinaria per approvare l’ops basterà la maggioranza assoluta dei presenti. La geografia dell’azionariato di Mediobanca non dovrebbe aver subito modifiche significative rispetto a giugno, anche perché non si sono registrati movimenti anomali nei volumi.
Francesco Gaetano Caltagirone con il suo 9,9% si è dichiarato apertamente contrario all’ops su Banca Generali. L’immobiliarista romano ha mosso critiche alla convocazione anticipata citando ancora la mancanza di informazioni sugli accordi da siglare fra Mediobanca, Generali e la controllata guidata da Gian Maria Mossa, ma fonti vicine alla merchant bank fanno notare che nella relazione per l'assemblea viene dettagliato il framework complessivo dell'intesa che verrà siglata nelle prossime settimane mettendo sul tavolo degli azionisti più elementi per un’operazione che porterà vantaggi a tutti soci con maggiori utili per azione e apprezzamento del titolo.
Al costruttore si affianca il fronte dell’astensione, che dovrebbe comprendere Delfin (19,8%), la famiglia Benetton attraverso la holding Edizione (2,2%), una parte delle casse previdenziali fra cui, stando a quanto risulta a MF-Milano Finanza, Cassa Forense (1%) e alcuni fondi Amundi (1%) e Anima (0,7%) favorevoli invece all’operazione Mps-Mediobanca attorno a cui poi costruire, come da piano originario del Mef, il terzo polo bancario aggregando in un secondo momento Bpm.
In termini pratici l’astensione vale voto contrario perché alza la soglia necessaria per approvare la delibera. Complessivamente, quindi, il blocco che potrebbe bloccare l’ops dovrebbe contare su circa il 37% del capitale, una quota significativa ma non sufficiente a stoppare l’operazione in caso di affluenza elevata come quella preventivata a metà giugno. Specie se qualche cassa (gli occhi sono in particolare su Enasarco, al 2,5%) scegliesse di smarcarsi e di appoggiare il piano di Nagel, attratta dai possibili effetti positivi sul titolo Mediobanca, che è quello cui guardano gli investitori istituzionali e i fondi.
Quanto agli altri soci, resta da capire la posizione di Unicredit (1,9%) che finora non ha scoperto le carte. I fondi invece, che in Mediobanca rappresentano circa il 35% del capitale, dovrebbero in larga parte seguire le raccomandazioni dei proxy advisor, orientati a sostenere l’operazione. Vista la pausa ferragostana, è difficile invece che il retail sia presente. Iss ha confermato il parere positivo: «Nonostante le restanti incertezze sull'operazione la delibera proposta continua a meritare un voto a favore dato che il deal è sostenuto da un solido razionale».
Una posizione condivisa da Pirc: «L'offerta incorpora un premio rispetto al prezzo di mercato di Banca Generali e offre ai soci l'accesso a una piattaforma più ampia e diversificata». A breve è atteso Glass Lewis. Con il mercato largamente a favore del deal il tasso di partecipazione all’assemblea risulterà insomma l’ago della bilancia. Più sarà alta, più il peso dei fondi sarà determinante, diluendo l’impatto del blocco contrario. Viceversa un’affluenza più bassa potrebbe amplificare il peso degli antagonisti di Nagel e rendere l’esito più incerto. (riproduzione riservata)