La manovra parte da una base di almeno 20 miliardi di euro. Si tratta delle risorse necessarie per finanziare le priorità delle forze politiche che sostengono il governo Meloni. Tra conferme e novità, nel consueto gioco di equilibrio tra promesse elettorali a deficit e complesse alchimie contabili sulle coperture. Discorso valido soprattutto quest’anno, visto che il governo dovrà mettere a punto entro il 15 ottobre (scadenza per l’invio del Documento di programmazione di bilancio a Bruxelles) l’ultima del governo Meloni, la quinta: quella elettorale.
Entrando nello specifico delle misure, si va verso l’estensione dell’aliquota Irpef ridotta al 33% anche a favore dei redditi compresi tra i 50.000 e i 60.000 euro lordi. Un rafforzamento del taglio già messo in atto negli utlimi due anni che comporta un costo annuo tra i 3,5 e i 4 miliardi di euro, che si concretizza in un beneficio fiscale per singolo contribuente al massimo di 1.000 euro. Un obiettivo spinto da Forza Italia, ma sostenuta da tutto il centrodestra.
Meno concreto, ma pur sempre sul tavolo, il sogno berlusconiano di abolire il bollo auto. L'esecutivo starebbe valutando un riordino complessivo della misura nell'ambito della più ampia revisione delle tasse automobilistiche, con l'obiettivo di standardizzare i criteri di calcolo legandoli in modo più stringente alle emissioni inquinanti del veicolo. Dunque incentivando il rinnovo del parco circolante in Italia. L’abolizione totale del bollo auto priverebbe le Regioni di un bottino di 7,5 miliardi all’anno, quota che lo Stato centrale dovrebbe integralmente compensare per evitare il blocco dei servizi di trasporto pubblico e dei bilanci locali.
Di matrice tendenzialmente leghista è invece l’ipotesi di intervenire sul sistema previdenziale italiano introducendo una Quota 41 flessibile, che consentirebbe l'uscita anticipata con 41 anni di contributi a prescindere dall'età anagrafica, ma legata a un ricalcolo interamente contributivo dell'assegno. Una misura che divide per via dei costi elevati a lungo termine: circa 3 miliardi.
Porta il sigillo di Fratelli d’Italia del pacchetto per sostenere salari e le famiglie, da oltre 5 miliardi di euro. Il governo non sarebbe pronto a rinunciare al bonus mamme (salito da 40 a 60 euro mensili per chi ha un Isee fino a 40.000 euro e almeno due figli) o alla Carta dedicata a te da 500 euro o l’estensione dei congedi parentali all’80% della retribuzione per tre mesi.
Come la disciplina dei fringe benefit dovrebbe rimanere inalterata: con la detassazione dei premi di produttività all’1% fino a 5.000 euro, la superdeduzione del 120% e 130% per le nuove assunzioni e la soglia esentasse per i buoni pasto elettronici portata da 8 a 10 euro al giorno. C’è inoltre la volontà di confermare anche per il prossimo anno la detassazione al 5% degli aumenti contrattuali, con il contributo per favorire i rinnovi che è uno dei temi in cima alla lista della cose da fare del ministero del Lavoro, guidato da Marina Elvira Calderone. Un pacchetto che da solo potrebbe costare fino a 2 miliardi.
Sul tavolo anche la flat tax incrementale per le partite Iva e il riordino delle aliquote Iva, il cashback sanitario, e la possibile introduzione di un'imposta agevolata al 5% sugli affitti destinati ai giovani sotto i 35 anni.
La lista dei desiderata dei partiti è destinata ad allungarsi da qui al 15 ottobre. Ed è quindi allarme rosso in casa Mef sotto il controllo del ministro Giancarlo Giorgetti. La strada da seguire sarà una: massimizzare i benefici elettorali senza compromettere la credibilità finanziaria del Paese sui mercati internazionali. (riproduzione riservata)