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Ma Wall St. non è un paese per Unicorn

di Jean Eaglesham e Coulter Jones
Milano Finanza - Numero 069 pag. 17 del 07/04/2018

Negli Usa fuori borsa circolano più capitali che sui listini, 2.400 miliardi di dollari contro 2.100 nel 2017. Perché è tutto più agile, adatto a imprese in forte crescita e i rendimenti sono molto migliori. Ma per pochi

Quando l’app di messaggistica Telegram ha voluto raccogliere qualche miliardo di dollari per un progetto finalizzato al lancio di una criptovaluta, ha evitato la borsa e ha invece invitato a investire un gruppo scelto di aziende, perché sostenessero un progetto da sviluppare. Si sapeva poco della proprietà o delle finanze dell’entità privata. Anche così, in 81 si sono fatti avanti per versare 850 milioni di dollari, e altri round finanziari devono ancora venire. Segno della plateale ascesa del mercato privato dei capitali, che ha scavalcato i listini per diventare il canale più popolare di raccolta negli Usa, fenomeno che in qualche modo sta cambiando il modo stesso di operare delle aziende. I mercati privati hanno «rimodellato il panorama finanziario», ha dichiarato Jason Thomas, direttore della ricerca di Carlyle Group. «La crescita del capitale privato è in tutti i settori dell’economia».


Con poche informazioni sul denaro raccolto privatamente, inclusa l’identità degli investitori, è difficile ottenere un quadro chiaro. Da un’analisi del Wall Street Journal emerge che nell’ultimo decennio sono più che raddoppiati, superando la crescita di azioni e bond quotati. L’anno scorso sono stati raccolti privatamente almeno 2.400 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Secondo un’analisi del Wsj su decine di migliaia di documenti sui titoli e i dati forniti da Dealogic, questo ha ampliato il divario emerso nel 2011 con i mercati pubblici, che hanno raccolto 2.100 miliardi di dollari. Operazioni come i collocamenti privati hanno attirato almeno 1.600 miliardi di dollari nel 2017. I mercati privati sono alimentati da investitori in cerca di succosi rendimenti e da società desiderose di raccogliere fondi senza dover sottostare agli adempimenti della quotazione. Il boom certo aiuta alcune aziende a crescere. Il capitale privato incoraggia l’innovazione e consente di prendersi rischi senza impatto immediato sui profitti. È uno dei motivi per cui l’espansione dei mercati privati è stata importante per la Silicon Valley. «Alimenta l’imprenditorialità perché le aziende hanno molte strade di accesso al capitale», spiega Jacqueline Kelley, responsabile della divisione Americas Ipo Markets di Ernst & Young. Con la crescita del capitale privato, i mercati quotati si restringono: il numero di aziende quotate si è più che dimezzato dal 1996. Il fenomeno preoccupa alcune autorità e mette in discussione i fondamenti della gestione aziendale. «Per i piccoli investitori le opportunità sono minori», ha detto lo scorso anno il presidente della Sec Jay Clayton a una commissione del Congresso. Le società che emettono azioni e debito devono registrarsi presso la Sec e fornire dati riservati. Per la raccolta di fondi privati si deve divulgare poco, in alcuni casi nulla. Il processo consente alle aziende e al mercato dei capitali di operare e espandersi nell’ombra. Le raccolte private di fondi sono spesso limitate a fondi pensione, fondi sovrani, hedge fund, società di Wall Street e assicurazioni. In alcuni casi, individui benestanti possono entrare. L’esclusione degli investitori più piccoli implica, tra l’altro, che questi non possano godere di parte della stupefacente crescita iniziale di una startup.


Lo scorso anno gli investitori in collocamenti privati erano mediamente otto. Il mercato coinvolge aziende di tutte le dimensioni, dai piccoli operatori petroliferi al colosso dell’agribusiness Cargill. L’anno scorso molte offerte iniziali fuori mercato hanno superato di gran lunga in valore le ipo in borsa. Almeno 20 operazioni hanno raccolto più di 4 miliardi di dollari ciascuna. Come i 93 miliardi di dollari intercettati da SoftBank per un fondo di investimento hi-tech. Al contrario, la più grande offerta pubblica iniziale di azioni dello scorso anno, la società tecnologica Snap, ha attirato 3,9 miliardi di dollari (dati Dealogic). Una marea di liquidità attende il momento giusto: a giugno 2017 gli asset nel private equity ammontavano a 2.800 miliardi di dollari, di cui quasi mille non ancora investiti (dati Preqin).


Così si spiega l’ascesa degli unicorni, aziende non quotate valutate 1 miliardo o più dai venture capital. Secondo il Wsj, negli Usa il loro numero è triplicato in quattro anni: da 31 nel 2014 a 105 in febbraio. Un anno fa il nono round di finanziamento di Airbnb è arrivata a 31 miliardi di dollari. Le leggi sui valori mobiliari escludono gli investitori ordinari da questi mercati ad alta crescita, costringendo i pesci piccoli a continuare con un mercato azionario che Elizabeth de Fontenay, docente di legge alla Duke University, descrive come «un recinto per aziende enormi e assonnate». Appena 20 anni fa, i listini imperversavano. Quando Amazon ha esordito in borsa era una startup con tre anni di vita e valeva 660 milioni di dollari. Chi ha investito sull’ipo nel 1997 ha guadagnato il 96.389%, che ha annichilito il 364% dello S&P 500 su quel periodo (dati FactSet). In tempi più recenti, Facebook ha atteso fino all’età di otto anni, e nel 2012 al prezzo di collocamento già valeva 104 miliardi di dollari. Quindi gli investitori ordinari sono stati esclusi dalla prima crescita colossale. E a nove anni dal lancio, Uber si mantiene fuori dai listini. Nel giugno 2016 ha superato i 68 miliardi di dollari, anche senza gli investitori di Main Street. Secondo Dow Jones VentureSource è sostenuto da un mix tipico dei mercati privati: società di venture capital, banche di Wall Street come BlackRock e Goldman Sachs, e fondi sovrani. Ai sensi delle norme Sec, alcune offerte private sono solo per banche e investitori istituzionali. In altri casi si apre a individui «accreditati», cioè con un reddito netto sopra 200 mila dollari o un patrimonio di 1 milione di dollari, immobili esclusi. Nove decimi delle famiglie degli Stati Uniti sono tagliate fuori. A sentire le autorità, le norme servono a proteggere dai rischi; i truffatori potrebbero sfruttare la scarsità di informazioni e controlli per colpire pensionati o altri piccoli investitori. Ma l’anno scorso il commissario Michael Piwowar ha contestato «l’idea che gli investitori non qualificati siano protetti da regole che impediscono loro di investire in titoli ad alto rischio e rendimento accessibili solo al jet set di Davos». Tra i settori a più rapida crescita dei mercati non quotati c’è il credito. Un indicatore è l’aumento di asset nei fondi che investono in prestiti. Questi ultimi sono più che quadruplicati in 10 anni fino a 722,8 miliardi di dollari verso fine 2017. Il mercato in rapida crescita ha spinto i prestiti alle pmi, ma in un mercato quasi privo di controlli il rischio-sofferenze si è allontanato dalle banche molto sorvegliate, suscitando il timore che in una recessione le inadempienze possano ampliare la crisi. Per de Fontenay, il fatto che alcune aree siano «effettivamente dei buchi neri» rende impossibile valutare con precisione i rischi. Anche quando le aziende rivelano collocamenti privati in essere, le scarse informazioni mantengono il mistero. Telegram non ha divulgato nulla sulla raccolta fondi per la nuova rete digitale e il sistema bancario. Non è neanche chiaro chi possieda la società. Il sito dice che è «finanziata» dai fratelli russi Pavel e Nikolai Durov, nominati tra i dirigenti nel documento depositato alla Sec per la raccolta da 850 milioni di dollari. Nelle carte, la società ha indicato alla voce entrate: «rifiuto di rivelare», e ha fornito solo il contatto di uno studio legale nelle Isole Vergini Britanniche. L’app offre chat crittografate fuori dalla portata delle forze dell’ordine ed è stata messa al bando in alcune zone per le polemiche circa il possibile sfruttamento da parte di terroristi.


traduzione di Giorgia Crespi


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

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