Se vi capitasse di passeggiare in questi giorni di lockdown per l’elegante e deserta Via del Babbuino a Roma, pochi passi da Piazza di Spagna, il vostro sguardo sarebbe colpito da un manifesto con una corona stilizzata e una semplice scritta: «Keep Calm and Carry On», che fa bella mostra sui mattoncini rossi di una costruzione storica. Siete dinnanzi alla facciata di All Saints, la chiesa neogotica anglicana costruita a Roma in età vittoriana. La frase, memoria del secondo conflitto mondiale, ci rammenta che continuare normalmente la propria vita, anche tra mille difficoltà, rappresenta il segreto dei britannici per superare gli accadimenti più terribili. Nei giorni scorsi, mentre in Europa montava il panico provocato dal diffondersi di notizie inquietanti sul vaccino AstraZeneca, nel Regno Unito si proseguiva in modo tenace e coraggioso con il piano vaccinale, che ha già permesso a più di 24 milioni di persone di ricevere la prima dose. Considerando che parliamo del Paese europeo che ha registrato più vittime da Covid, la vaccinazione in pochi mesi di oltre il 36% della popolazione, pari a quasi la metà delle vaccinazioni fatte nell’intera Unione europea (27 Stati), con il tasso di mortalità sceso del 90%, merita di essere raccontata con il termine blitz, come hanno fatto alcuni autorevoli giornali internazionali. Hanno voluto rievocare quei terribili giorni del 1940, in cui mille aerei della Luftwaffe tedesca lanciarono attacchi devastanti contro il Regno Unito e i leggendari aviatori britannici seppero miracolosamente tener loro testa.
La Battaglia d’Inghilterra forse rappresenta il caso più emblematico del reagire anglosassone con successo a sfide che sembrerebbero impossibili. Incursioni notturne, milioni di bombe incendiarie. Londra, in quel momento la più grande città del mondo, era il centro dell’Impero. Hitler la sognava a pezzi. Tutte le grandi potenze democratiche erano state sconfitte, sarebbe stato il trionfo del Terzo Reich, la bandiera nazista sul continente. «La gratitudine di ogni casa della nostra isola, del nostro Impero, e in verità di tutto il mondo, va agli aviatori britannici, che sfidando tutte le probabilità, affrontando instancabilmente una sfida incessante e un estremo pericolo, stanno invertendo le sorti della guerra con la loro prodezza e la loro tenacia. Mai tanti hanno dovuto tanto a così pochi», avrebbe detto lo storico Primo ministro Winston Churchill sui leggendari piloti della Raf. La storia è piena di accadimenti avversi superati esclusivamente grazie a questo indomito spirito britannico. «L’Inghilterra si aspetta che ogni uomo faccia il suo dovere», disse ai suoi marinai il leggendario ammiraglio inglese Horatio Nelson prima della storica battaglia di Trafalgar vinta contro le navi di Napoleone. Sempre in ambito bellico, quanto accadde a Dunkerque durante la Seconda Guerra Mondiale, quando oltre un milione di soldati tra britannici, francesi e belgi, riuscirono via mare a riparare in Inghilterra con unità navali di qualsiasi tipo, portò Winston Churchill a coniare la frase, «spirito di Dunkerque», da allora utilizzata per descrivere la forza necessaria a superare i momenti di avversità. In un giorno di marzo dello scorso anno, con la pandemia che cominciava a diffondersi con le sue terribili conseguenze, gli inglesi lessero al mattino questo titolo sullo storico The Times: «Queen urges country to be strong in face of coronavirus crisis». La loro regina li esortava in un messaggio a «unirsi per sconfiggere insieme la pandemia da coronavirus». Sua Maestà aveva evocato la storia del Regno Unito: «In momenti come questi, mi viene in mente che è stata forgiata da persone che unite sono sempre riuscite a raggiungere gli obiettivi comuni». Elisabetta II non dimenticava momenti ben più pericolosi per il Regno. Durante il ricordato Blitz, aerei nazisti avevano colpito più volte anche Buckingham Palace, con il re e la regina all’interno che rischiarono di essere colpiti. La madre dell’attuale Sovrana davanti alle macerie dichiarò: «Ora non ho più barriere davanti agli occhi e posso guardare a testa alta l’East End», quartiere allora tra i più poveri di Londra, devastato dalle incursioni aeree nemiche. Qualcuno scrisse a Churchill consigliando il trasferimento dell’allora principessa Elisabetta in Canada. La risposta della Regina fu questa: «Le ragazze non partono senza di me. Io non abbandono il re e il re certamente non parte». Ottant’anni dopo, lo scorso mese di aprile, durante una delle più drammatiche crisi in tempo di pace per la comunità internazionale, 24 milioni di britannici seguirono il video messaggio con cui Elisabetta II aveva scelto di parlare ai suoi sudditi. «Negli anni a venire che tutti possano essere orgogliosi di come abbiamo risposto a questa sfida. E quelli che verranno dopo di noi, guardandosi indietro, diranno che i britannici di questa generazione hanno dimostrato una grandissima forza d’animo».
Non possiamo considerare il carattere dei britannici prescindendo dall’influenza che ha su di loro l’istituzione che li rappresenta. La continuità e il valore simbolico della monarchia (una tradizione che si incarna in più di cinquanta sovrani e una decina di dinastie in un’epica storia lunga quasi 1200 anni) sono parte integrante della cultura di questo popolo. È quanto sosteneva il celebre storico inglese Sir Arthur Wynne Morgan Bryant, scrivendo nei giorni che precedevano l’incoronazione della Regina Elisabetta II: «L’unione giuridica e spirituale degli uomini di razze, credi e classi differenti che chiamiamo una nazione, pur se talvolta la diamo per scontata, è un miracolo più straordinario del più grande ritrovato scientifico. Il suo simbolo è la Corona. Permette a milioni di persone che non si sono mai viste di agire insieme in una collaborazione pacifica e reciproca e li rende contenti e orgogliosi di farlo. Non può esserci un servizio più vero per l’umanità di preservare una tale unione». God Save the Queen! (riproduzione riservata)