«I Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza sono innanzitutto piani di riforma». Questa apodittica affermazione costituisce l’incipit del secondo capitolo, «Riforme ed investimenti», del Pnrr italiano. Essa potrebbe ben sintetizzare l’angolo dal quale leggere il Piano presentato questa settimana dal governo alle Camere e quindi all’Unione europea. Ogni governo dell’Unione ha il proprio piano e, pur nell’ambito delle linee guida europee, le proprie priorità. Inoltre, nell’immaginario collettivo di ciascun Paese, il Recovery Fund gioca un ruolo diverso riguardo al futuro della propria economia e politica. Per Polonia e Ungheria, il Recovery Fund è legato alla battaglia di retroguardia, al momento della sua adozione, contro una presunta eccessiva invasività comunitaria sui temi della rule of law. Nel caso di alcuni Paesi del Sud Europa, come Portogallo e Grecia, è l’occasione per mostrare una ritrovata capacità amministrativa e governi efficienti e moderni.
In Germania e Francia, in quanto contributori netti di risorse finanziarie al progetto europeo, il dibattito sui piani nazionali è stato limitato, con scarso coinvolgimento dell’opinione pubblica. Il Recovery Fund è presentato soprattutto come il nuovo volano dell’integrazione a motore franco-tedesco, fisicamente visibile nella presentazione dei piani nazionali in una conferenza stampa congiunta dei due ministri delle Finanze. Diverso è stato per l’Italia. Nessun Paese ha avuto il nostro livello di dibattito su come utilizzare le risorse europee. Un dibattito che ha fatto precipitare accadimenti politici e istituzionali di primaria importanza. In questo quadro, il «tasso riformista» del nostro Piano costituisce il vero litmus test per il Paese. Il governo ha compreso il rapporto riforme e investimenti. Ha anche ben fatto a operare la distinzione tra riforme abilitanti e altre riforme. Sono riforme abilitanti anzitutto quella della pubblica amministrazione, del sistema giudiziario e le semplificazioni. Si tratta in gran parte di interventi volti ad affrontare il nodo strutturale della scarsa efficienza e modernità della macchina dello Stato. Non si possono attirare investimenti privati o pianificare, progettare e realizzare investimenti pubblici senza un radicale ammodernamento di questi settori. In una sorta di Catch 22, la riforma della funzione pubblica è fattore abilitante del Pnrr ed è la prima delle riforme previste dal Pnrr stesso. Anche se i contorni del meccanismo di governance del Piano non sono ancora del tutto chiari, sembra probabile che i principali ministeri avranno una propria unità di missione per la realizzazione di quanto di propria competenza. Queste unità potrebbero essere un iniziale importante laboratorio delle innovazioni proposte dal ministro Renato Brunetta in materia di accesso, concorsi, nuove competenze e carriere della PA. Le riforme abilitanti sono tra quelle riforme strutturali che più volte la Commissione europea, l’Ocse e altri organismi internazionali ci hanno sollecitato in questi anni di anemica crescita economica. A queste e alla loro effettiva attuazione guarderanno gli investitori internazionali.
Semplificando: gli investitori in titoli di Stato guarderanno in particolare agli effetti macro delle riforme e saranno attenti a che essi innalzino effettivamente la linea di base della crescita italiana. Un effetto che il Pnrr quantifica nel lungo termine pari a 3,3% del pil. Sempre semplificando, i fondi di private equity e private debt guarderanno agli effetti sulla competitività delle imprese italiane, mentre quelli infrastrutturali e immobiliari si concentreranno sugli effetti sul business environment. Quindi nella geopolitica europea del Recovery Fund, il piano nazionale italiano è diventato un piano di riforma. Come tale, bisognerà attuarlo. (riproduzione riservata)