A volte è piuttosto surreale seguire le elucubrazioni di menti eccelse riunite in un salottino dell'esclusivo "club Davos". Uno di questi ha ospitato nei giorni scorsi del World economic forum, un brainstorming su come impedire la deforestazione, piaga che affligge i paesi più poveri, i quali coincidono spesso con le foreste tropicali più efficienti nell'assorbimento del carbonio.
Solo nel 2021 il mondo ha perso foreste per l'equivalente di dieci campi da calcio ogni minuto. Per rallentare la deforestazione nel bacino dell'Amazzonia senza danneggiare il diritto al benessere delle popolazioni locali, manager, banchieri e politici hanno suggerito azioni dalle denominazioni suggestive, come "agriforestazione" o "schemi di finanziarizzazione della foresta". A raffreddare l'esuberanza creativa è intervenuto Ricardo Hausmann, professore di economia politica ad Harvard, il quale con due conti, ha mostrato le distorsioni tra il mercato dei crediti di CO2 e la spaccatura tra il Nord e Sud del mondo nel valore percepito dei gas serra.
Le aziende europee sono pronte a pagare 100 dollari per un titolo equivalente ad una tonnellata di CO2 non emessa o assorbita grazie ad un progetto di piantumazione di alberi. In Colombia, la compensazione di una tonnellata di carbonio non supera i 5 dollari. Un ettaro di foresta sequestra annualmente cinque tonnellate per 20 anni e poi si stabilizza. L'incasso del contadino è dunque 25 dollari l'anno per ettaro. A quelle latitudini una vacca ha bisogno di due ettari di pascolo. Da mezzo animale (idealmente equivalente a un ettaro) si ricava più di 25 dollari. Quindi c'è maggiore convenienza a fare pascoli che a preservare gli alberi.
Per com'è ora congegnato il business del carbon off-setting, questo consente soprattutto alle imprese occidentali di pubblicare fulgidi bilanci ambientali; ma quanta certezza c'è che la foresta per la quale si sta ora pagando esisterà in futuro? Paradossalmente, si sta creando un nuovo incentivo: abbattere alberi oggi per riforestare domani.