Per quasi dieci anni le banche italiane hanno concentrato la propria attenzione sul credito deteriorato, prima le sofferenze e poi gli unlikely to pay (utp). Oggi e soprattutto nei prossimi anni però il focus potrebbe spostarsi sugli impieghi in bonis. All’interno di questa ampia categoria di attivi si annida infatti un problema che può rivelarsi molto insidioso per gli istituti.
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Nel 2018, con l’entrata in vigore del nuovo principio contabile Ifrs 9, il portafoglio delle banche è stato segmentato in tre categorie o stage, in base alla diversa percezione del rischio. Se gli stage 1 sono gli impieghi che non hanno manifestato un aumento significativo del rischio di credito e gli stage 3 sono quelli più pericolosi, più complessa è la situazione per gli stage 2. Questa categoria comprende i crediti performing che hanno registrato un incremento rilevante del rischio di credito e che quindi si trovano a metà strada tra il bonis e il deteriorato.
Nato insomma come classe marginale, lo stage 2 ha acquisito un importanza via via crescente nei bilanci delle banche. A livello europeo, a causa del deterioramento del contesto macroeconomico e geopolitico, lo stock è progressivamente aumentato e, nel secondo trimestre del 2022, ha raggiunto particolare il picco di 1.399 miliardi di euro (di cui 219 miliardi solo in Italia). Ad alimentare lo stock sono state soprattutto le misure di sostegno al credito varate nel corso della pandemia (moratorie e crediti garantiti) e parzialmente venute meno nel corso del 2022, con il conseguente effetto sugli importi aggregati. Nella seconda metà dell’anno scorso infatti si è assistito a una riduzione che, secondo le stime di PwC, si è attestata attorno al 14% per il mercato italiano. Anche così però il problema rimane consistente per il sistema bancario.
Sebbene i profili di rischio siano molto eterogenei, il coverage medio del 3,82% dello stage 2 comporta accantonamenti complessivi per circa otto miliardi di euro a carico dei principali istituti italiani. Un fardello pesante che potrebbe aggravarsi nei prossimi trimestri, se il quadro macroeconomico dovesse deteriorarsi ulteriormente. «Volumi e rischi eterogenei oltre a dipendere dalle caratteristiche dei portafogli sono fortemente influenza dalla differenze nei modelli utilizzati che negli ultimi 2 anni si sono significativamente accentuate a causa degli interventi di vario tipo per tener conto dei rischi emergenti (pandemia, rischi geopolitici, rischi macroeconomici)», spiega Pierfrancesco Anglani di PwC Financial Services.
Negli ultimi trimestri le banche hanno intensificato il monitoraggio per minimizzare il default rate ed evitare un passaggio delle posizioni in stage 3, che comporterebbe impatti economici e di capitale più elevati (con particolare attenzione al calendar provisioning). Sempre di più insomma si andrà verso strategie di gestione dedicate allo Stage 2: «L'asset class ha raggiunto volumi rilevanti (intorno al 10%) e quindi necessita di strategie dedicate, anche per la complessità e diversità in termini di rischiosità delle posizioni nei portafogli», commenta Gladiola Lilaj di PwC. Formule di esternalizzazione e di cessione sono ancora molto rare, anche per la difficoltà di intervenire su clienti vivi e ancora in bonis. Una difficoltà non solo operativa, ma anche reputazionale. «Una gestione efficace è importante sia per sostenere i clienti (aziende e famiglie) ancora pienamente attivi sia per minimizzare i potenziali costi derivanti dal passaggio in default», conclude Gabriele Guggiola di PwC. (riproduzione riservata)