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La Trump tax spaventa il tech
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La Trump tax spaventa il tech

di Douglas MacMillan, Richard Rubin e Jay Greene
MF - Numero 249 pag. 23 del 20/12/2017

La riforma fiscale colpisce i colossi della tecnologia che pagheranno di più. Aziende come Microsoft, Apple & C pagano meno tasse all’estero. Ora le loro aliquote scenderanno negli Stati Uniti ma potrebbero salire ad almeno il 10,5% sui super profitti prodotto offshore

Se la gran parte delle imprese statunitensi è destinata a pagare meno tasse con la riforma fiscale proposta dai repubblicani al Congresso, alcuni dei più ricchi nomi del mondo della tecnologia potrebbero effettivamente vedere aumentare le loro aliquote.


Una panoramica sull’attuale situazione di Microsoft, da cui emerge una percentuale sproporzionatamente maggiore di tasse corrisposte all’estero, mostra come la legislazione potrebbe compensare i benefici del rimpatrio della liquidità. Il gigante del software risparmia miliardi di dollari depositando i diritti di licenza del software presso le strutture di Porto Rico, Irlanda e Singapore, dove accumula profitti e paga basse aliquote. Porto Rico, per quanto territorio degli Stati Uniti, è trattato come Paese straniero ai sensi della normativa fiscale vigente. La proposta di legge riduce l’aliquota dell’imposta sulle società dal 35% al 21%, ma allo stesso tempo impone un minimo sugli utili all’estero. Questo sistema costringerebbe probabilmente Microsoft a pagare almeno il 10,5% sui futuri profitti offshore, scardinando alcuni dei benefici tratti dall’appoggio a strutture offshore, dicono gli esperti in materia fiscale. Eppure, come altri colossi tech, potrebbe ancora essere incentivata a trasferire i profitti all’estero. Il gruppo fondato da Bill Gates non divulga le aliquote fiscali estere, ma ammette che dovrebbe sborsare circa il 32% se rimpatriasse tutti gli utili oltre i confini di Stato. Lo statutory tax rate, incluse le tasse statali, è tra il 35% e il 39%, il che lascia intendere che Microsoft abbia pagato tra il 3% e il 7% sui beni all’estero.

Top manager e gruppi industriali del settore tech per lo più sostengono la riforma fiscale, in parte perché promette una una tantum a un tasso scontato per i 2.600 miliardi di dollari di utili stimati che le imprese americane hanno accumulato all’estero, un tasso del 15,5% sul denaro contante o dell’8% su attività non liquide, compresi impianti e attrezzature. Attualmente devono dare fino al 35% per rimpatriare parte di quel denaro per dare linfa alle operazioni o restituirlo agli investitori. Ma i giganti della tecnologia potrebbero essere schiacciati dalle disposizioni del nuovo codice tributario, volte a frenare lo sfruttamento di giurisdizioni estere a bassa tassazione. «Le aziende che si sono dimostrate leader mondiali nell’evitare le tasse vedranno aumentare le loro aliquote fiscali», ha assicurato Edward D. Kleinbard, ex funzionario fiscale negli Stati Uniti e ora docente alla facoltà di legge della University of Southern California.


Con l’attuale normativa, le compagnie americane devono al fisco fino al 35% sulle entrate in giro per il mondo. Ricevono crediti d’imposta per i pagamenti all’estero, e non devono il resto agli Stati Uniti nell’immediato. Ma si trovano ad affrontare l’imposta residuale americana se riportano a casa l’utile. Quindi dichiarano i profitti in Paesi con un profilo fiscale favorevole e li lasciano lì. Gioco piuttosto facile per le aziende hi-tech e le farmaceutiche, che situano i cosiddetti beni immateriali, come i brevetti, in Paesi stranieri e laggiù mettono a bilancio profitti non statunitensi.
Questo è il motivo per cui la maggior parte delle aziende tecnologiche paga un’aliquota d’imposta molto più bassa rispetto allo standard del 35%. Secondo un’analisi di Zion Research Group, le tech company hanno corrisposto un’aliquota media del 24% negli ultimi dieci anni, al di sotto del 29% per tutte le società dello S&P 500 e di qualsiasi altro settore.Tra le società statunitensi con le aliquote fiscali più basse ci sono eBay, Cisco Systems e Alphabet, che in media hanno trasmesso al fisco meno del 20% negli ultimi dieci anni, come emerge dai documenti depositati. Negli ultimi dieci anni, ad esempio, l’aliquota fiscale media effettiva di Microsoft è stata del 23,3%.

Il colosso di Redmond ha aperto il primo impianto a Porto Rico nel 1991, dopo che Washington aveva istituito un’agevolazione fiscale per le nuove attività commerciali locali. In base ai risultati di un’indagine del Senato sulle manovre delle imposte societarie nel 2012, la filiale dell’isola acquista i diritti sulla proprietà intellettuale di Microsoft, fa copie dei software Windows e Office e vende tale software ai distributori nordamericani dell’azienda. «La struttura non è progettata per soddisfare specifiche esigenze di produzione o di business», hanno scritto gli investigatori del Senato. «Piuttosto per minimizzare le tasse sulla vendita di prodotti smerciati negli Stati Uniti». Precedentemente, la sede di Porto Rico veniva utilizzata per la produzione di copie fisiche di dischi per software. Negli ultimi anni, il modello di business di Microsoft è passato agli abbonamenti digitali, secondo Bernstein Research, un cambiamento che potrebbe consentire di spostare più vendite negli Stati Uniti. Con il regime fiscale attuale, può mantenere il 47% dei profitti a Porto Rico, dove viene tassata a un’aliquota pre-negoziata del 2%. Inoltre, la compagnia riduce il carico fiscale attraverso simili accordi sulla proprietà intellettuale in Irlanda e a Singapore. Questi due Paesi, insieme a Porto Rico, rendevano conto del 64% del reddito di Microsoft ante imposte nell’anno fiscale chiuso al 30 giugno; nello stesso periodo, circa la metà delle entrate era registrata negli Stati Uniti. Dopo l’approvazione della riforma fiscale Microsoft potrebbe riportare a casa il contante senza grande penalizzazione, oltre all’imposta iniziale una tantum sui profitti accumulati all’estero. Detiene il 95% della liquidità, ovvero 132 miliardi di dollari, fuori dai confini degli Stati Uniti, una massa offshore più grande di qualsiasi altra società eccetto Apple, che conserva oltreoceano il 94% del suo contante, ovvero 252 miliardi di dollari. Resta da capire se la riforma fornirà a Microsoft un sufficiente incentivo per interrompere l’invio di profitti a destinazioni sul genere di Porto Rico. (riproduzione riservata)


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

MF+MIFI + The Wall Street Journal


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