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Donald Trump, presidente Usa
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La strategia di Trump è davvero efficace per gli Usa?

di Fulvio Lorefice*
10 gennaio 2026, 02:00

Tra critica all’ordine liberale, nostalgia identitaria e scelte unilaterali verso la Cina, emerge il rischio che i costi strategici, economici e reputazionali superino i benefici attesi

La gamma di questioni sollevate dall’opera di Donald Trump è ampia e sfaccettata. Abbraccia la sfera politica ma anche quelle ideale e morale. L’attacco al Venezuela e il sequestro di Nicolas Maduro hanno posto in risalto questo intreccio. Vale la pena tuttavia volgere lo sguardo su una dimensione apparentemente trascurata: l’efficacia.

Se cioè il complesso di costi politici, economici e reputazionali, derivanti dalle decisioni dell’Amministrazione, potrà essere ripagato da un guadagno, anzitutto di natura strategica. Volendo impostare una riflessione è utile «Buio americano» (Il Mulino, 2025), ultimo saggio di Mario Del Pero.

La critica trumpiana all’ordine internazionale liberale

La struttura di governance globale, puntellata dalla rete di coalizioni e alleanze promosse nel tempo dagli Stati Uniti, presupposto e complemento storico del primato internazionale americano, viene oggi indicata dall’Amministrazione in carica quale origine dei mali del Paese.

Nella retorica trumpiana gli Usa sarebbero infatti «il Paese che più avrebbe sacrificato alle, e meno avrebbe ottenuto dalle, trasformazioni dell’ultimo mezzo secolo». Se la torsione imperiale esterna servirebbe quindi ad affrancare il Paese «dalle costrizioni dell’interdipendenza» recuperando la «sovranità perduta», quella autoritaria interna esprimerebbe «la volontà di liberare la presidenza dai vincoli imposti dalla Costituzione».

Il declino dell’universalismo democratico americano

Nelle fattezze odierne della potenza superiore del sistema internazionale sembrerebbe dunque scomparire quell’orizzonte democratico perno dell’universalismo americano.

Con circonlocuzioni degne d’altra causa, nel discorso pubblico si dice che il fine - perpetuare il primato internazionale - giustifica i mezzi. Eppure un’accurata valutazione delle soluzioni poste in essere da questa Amministrazione innanzi alle sfide storico-politiche del Paese lascia dubbi sulla loro appropriatezza.

Trump e la nostalgia come progetto politico

Sebbene siano «riusciti come nessun altro a sottrarsi a tanti dei vincoli dell’interdipendenza» rimanendo «molto più ‘sovrani’ degli altri», anche gli Stati Uniti sono «pienamente imbrigliati nel reticolo delle plurime interdipendenze di oggi».

Sicurezza, consumi, produzione, profitti ed equilibri politico-sociali del Paese «dipendono da complesse catene produttive e distributive che si dispiegano in vari stadi e luoghi»: a questo tratto della contemporaneità capitalistica Trump oppone due grandi nostalgie, compendiate nello slogan «rifare grande l’America».

Quella per l’immediato pre-2008, «un Paese del Bengodi nel quale il consumismo compensava la precarietà e la diseguaglianza», e quella «più distante e sfocata» per un’America «pacificata e ottimista degli anni ‘50», con i sobborghi in grande espansione, consumi di massa e inscalfibili gerarchie razziali o di genere.

La Cina, il bilateralismo e i limiti della strategia americana

Laddove servirebbe leadership multilaterale e visione sistemica per immaginare «una diversa declinazione della modernità e della globalizzazione», l’azione dell’Amministrazione si orienta verso soluzioni contingenti e transazionali. Le stesse relazioni con la Cina si configurano come iniziative tattiche di corto respiro.

Da una parte l’enfasi su politiche commerciali bilaterali, a danno anzitutto degli alleati storici, riduce la capacità di costruire fronti comuni su commercio, tecnologia e sicurezza; dall’altra viene trascurato il fatto che la Cina opera efficacemente all’interno (e talvolta ai margini) delle strutture dell’economia globale.

Il disaccoppiamento, con l’agognato reshoring industriale negli Usa, si rivela così una chimera. Alla riduzione del deficit con la Cina tra il 2017 e il 2024 è corrisposto infatti l’esplosione di quello col Vietnam, aumentato di più di tre volte, e col Messico, di circa due volte mezzo, due dei Paesi dove sono stati riorientati alcuni stadi del ciclo produttivo.

Il rischio delle conseguenze inattese

Di fronte a questo scenario prendere in esame uno sviluppo «inatteso» della parabola storica degli Stati Uniti sembra rientrare in quel principio di cautela cui dovrebbe essere improntata l’azione politica e quella di impresa. Il rischio cioè che le iniziative intraprese da Trump producano conseguenze opposte a quelle che si proponevano va considerato.

L’eccitazione adolescenziale per l’uso della forza, fattasi strada in queste ore, avvalora invece il sospetto che il concetto di efficacia possa essere equivocato e ciò a dispetto delle smentite offerte dalla storia recente in Iraq, Libia e Afghanistan.

Parimenti illusorio può rivelarsi cavalcare la tigre. Piegare in proprio favore la «virata» americana sulla base delle affinità ideologiche e consuetudini relazionali, come evocato alle nostre latitudini nazionali in riferimento ai rapporti con gli Usa, è del resto esercizio infido. (riproduzione riservata)

*political risk analyst
Bistoncini Partners



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