Negli incarichi di vertice di imprese pubbliche designati dallo Stato dovrebbero essere chiare le motivazioni (nei casi sia di conferma che di sostituzione), le quali dovrebbero poggiare su criteri oggettivi e predeterminati in merito a requisiti, vincoli e risultati.
Se invece questa regolamentazione non c'è, allora facilmente prendono piede, anche per i casi in cui sussistano effettive competenze, le voci della vicinanza del designato a questa o a quella componente del governo, per non dire a questo o a quel ministro o sottosegretario ovvero, ancora, per sostenere che quella data nomina è parte di un procedimento di lottizzazione fondato sul do ut des tra i partiti della maggioranza. Il governo dovrebbe avere interesse alla trasparenza e gli stessi designati dovrebbero avere a cuore motivazioni dell'incarico fondate su professionalità, idoneità, esperienza, onorabilità.
Fondamentale per il rinnovo dell'incarico dovrebbe essere il risultato del lavoro compiuto e dovrebbero sussistere criteri oggettivi per misurarlo, confrontandolo con il mercato e con imprese dello stesso settore, senza dimenticare che l'impresa pubblica deve rispondere sì al mercato ma anche all'interesse pubblico o generale.
Quanto alla concreta realtà e con riferimento alle primarie imprese pubbliche, sembra non vi siano stati problemi nel confermare gli incarichi di amministratore delegato riguardanti Claudio Descalzi all'Eni (con Giuseppina Di Foggia alla presidenza come nuovo incarico) e Flavio Cattaneo all'Enel (con la conferma del presidente Paolo Scaroni) e nell’attribuire la nuova carica di ad a Igor De Blasio all'Enav (con Sandro Pappalardo presidente), mentre Matteo Del Fante era stato già designato per la conferma in Poste.
Tutt'altro orientamento si è assunto però per Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo avvicendato dal condirettore generale Lorenzo Mariani. La non conferma di Cingolani sta facendo discutere e si parla - difficile dire con quanto fondamento - dell'eccessivo individualismo del ceo, della vicinanza a questo piuttosto che a quell'altro nel governo, del progetto da lui varato per la piattaforma di difesa Michelangelo Dome, che non sarebbe piaciuta alla premier Giorgia Meloni perché in collisione con un analogo progetto Usa.
Di tutto si parla meno che dei risultati di Leonardo alla fine del triennio statutario. Gli impatti negativi di mercato sono stati significativi. Il sottosegretario a Palazzo Chigi Giovanbattista Fazzolari ha detto che il mancato reincarico è dovuto a motivi di politica industriale e a mutamenti nella geopolitica. Una dichiarazione bisognosa di chiarimenti, mentre alcuni ritengono si riferisca alla priorità della produzione di armamenti.
Il corretto procedimento concernente gli incarichi della specie dovrebbe essere il seguente: dopo aver scelto sulla base dei menzionati criteri il manager e aver indicato come il governo vede l'evoluzione del settore, l'incaricato dovrebbe essere libero di operare, tranne che si manifestino casi di assoluta gravità, e la valutazione dovrebbe essere compiuta a consuntivo secondo una disciplina predeterminata.
Resta ferma la discrezionalità dell'esecutivo - non coincidente però con l'arbitrio -, il quale deve tuttavia tener conto del suo status di azionista spesso di maggioranza relativa e quindi del mercato. La mancanza di tutto ciò fa sì che all'avvicendamento vengano date motivazioni spurie con danno per tutti, di chi ha il potere di nomina e di chi può essere o no confermato.
Valutando la mancata conferma di Cingolani, premesso che egli non ha un diritto alla riconferma e che quando la stessa cosa accadde ad Alessandro Profumo nessuno purtroppo obiettò, tutto sarebbe diverso se, per esempio, in un'audizione parlamentare del designato fossero emerse insoddisfazioni per la strategia e l'operatività.
Sarebbe un segnale importante se il governo promuovesse criteri in questa materia, che costituirebbero sì un'autolimitazione ma nell'interesse generale.
Nelle designazioni non è stata compresa la presidenza della Consob, prevenendo il rischio che la carica finisse nel calderone delle altre nomine, dove potrebbe prevalere lo scambio lottizzatorio. Ciò non significa che non si debba tempestivamente provvedere e con una scelta che privilegi professionalità, esperienza, autonoma intellettuale guardando anche e innanzitutto all'interno della Commissione.
Tuttavia torna in ballo per il vertice il nome del sottosegretario al Mef Federico Freni attraverso ipotetici scambi nella maggioranza. All'indubbia competenza ed esperienza di Freni si affiancherebbero dubbi di inconferibilità della carica, data la funzione ora esercitata. Ma va prevenuto pure il rischio che il metodo delle spoglie si concentri sui vertici di tre authority in scadenza: Consob, Antitrust ed Anac. Si tenga presente, come esempio, la procedura per le nomine nel direttorio di Banca d'Italia con tempestività attivata recentemente dal governatore Fabio Panetta per la ricostituzione di tale organo dopo le dimissioni del direttore generale. (riproduzione riservata)