Le tensioni geopolitiche, le guerre commerciali, gli scontri militari, il cambiamento climatico, le tensioni sociali, la crisi demografica, l’iper-indebitamento, i deficit pubblici e la crisi del modello liberale e democratico di governo… La complessità e l’incertezza del momento paiono suggerire ai ceo ed ai consigli di amministrazione delle aziende strategie di «difesa-attesa», con limitate operazioni di finanza straordinaria.
Dopo due anni di basso profilo, l’M&A sembrava aver perso il fascino associato alle investment bank ed al private equity, subendo molte critiche, poiché sospinta da speculazioni finanziarie e dal verbo «greed is good», immortalato dal Gordon Gekko del film “Wall Street”. Invece, il 2025 passerà più probabilmente alla storia come l’anno del ritorno dell’M&A.
Sospinte negli Stati Uniti dal «triple easing» dell’amministrazione Trump (politiche monetarie e fiscali espansive e deregolamentazione su anti-trust, crypto-currency e financial services) le operazioni di M&A di grandi dimensioni (oltre 10 miliardi di dollari di transato) hanno raggiunto un record assoluto (63 ad oggi, +40% sui valori transati rispetto al 2024), nonostante la lenta partenza causata dal Liberation Day e dalla guerra tariffaria.
Quali fattori possono giustificarlo? Certamente, gli oltre 4 mila miliardi di «dry powder» (capitale da investire) dei fondi di private equity, ed il loro crescente ricorso ai «take private» (delisting di aziende quotate, in parte giustificato dalla scarsa liquidità di alcuni mercati di Borsa) motivano parte di questa esuberanza. E supportano l’M&A anche le nuove tesi d’investimento incentrate sulle tecnologie innovative e sulle loro applicazioni industriali come intelligenza artificiale e quantum computing, longevity e farmaci dimagranti, energie rinnovabili e ritorno al nucleare.
Tuttavia, esistono altre motivazioni che ne giustificano la rilevanza strategica, oltre che industriale e finanziaria. In primis, il consolidamento di settori frammentati e la crescita dimensionale. Anche se non solo per virtù, essere un’azienda grande è oggi sempre più fondamentale per avere successo: investimenti importanti (ad esempio per l’adozione di nuove tecnologie, in R&D o in pubblicità) sono giustificabili solo per una loro applicazione su ampia scala; la capacità di lobbying governativo e di negoziazione nei confronti di fornitori e clienti è pure guidata dalla scala; la fornitura di risorse critiche e la distribuzione in mercati chiave è maggiormente resiliente se basata su volumi d’affari più ampi; infine, anche la capacità di attrarre talenti e risorse finanziarie al giusto prezzo è sempre più guidata dalla dimensione.
Non solo la sopravvivenza del più forte tende a coincidere con quella del più grande ma l’essere molto grande può anche rappresentare, per alcuni settori, la strategia migliore per raggiungere il dominio incontrastato del mercato, come nell’obiettivo dichiarato di OpenAI che, in pochi mesi, ha realizzato operazioni di M&A con alcuni dei principali produttori di microprocessori (Nvidia, AMD e Broadcom) e di data center (Amazon, Microsoft, Oracle, CoreWeave e – indirettamente - Softbank). Sia pure per volumi di transazione molto minori, il trend di ritorno dell’M&A trova riscontro anche in Italia, con transazioni (sia con fondi di private equity che con partner industriali) in continua crescita e con aspettative positive per gli anni a venire.
Il ritorno dell’M&A corrisponde alla sua rivincita? O le operazioni che oggi conquistano per meriti gli «hit rate» dei social media sono destinate a farlo per demeriti nel medio-lungo periodo?
Per risolvere il dilemma dell’M&A, spesso a metà tra logica industriale e speculazione finanziaria, occorre guardare alla strategia che, rifacendosi alla vision aziendale, deve guidare gli obiettivi della finanza utilizzando l’M&A come utile (ma anche pericoloso) strumento.
Nell’approccio suggerito, ispirato dalle logiche di difesa-offesa e conquista del territorio per circondare il nemico e batterlo del gioco cinese «GO», le sei dimensioni da considerare per definire una strategia di M&A sono: catturare le migliori fonti e proprietari di capitale, nei migliori mercati; assicurarsi la fornitura strategica dei migliori fattori di produzione; anticipare e riallineare la propria proposizione di valore alle preferenze dei partner e consumatori finali; riposizionare al meglio la propria catena del valore, nel contesto di un ambiente soggetto a radicali cambiamenti antropici; catturare e adottare le migliori tecnologie innovative; infine gestire dinamicamente e proattivamente i rischi (opportunità) riferite all’attuale contesto geopolitico ed all’emergente nuovo ordine globale: per sopravvivere e dominare.
*Senior Executive Fellow SDA Bocconi