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Cina a congresso/2

La politica giallo limone

di Nathaniel Taplin - traduzione di Giorgia Crespi
Milano Finanza - Numero 202 pag. 24 del 14/10/2017

Per riaffermare il primato del Partito Comunista ed evitare una crisi del debito la Cina dovrà puntellare le indebolite fondamenta delle imprese di Stato. A spese di quelle private, ovvio



La Cina ha realizzato il miracolo economico dando un po’ briglia sciolta all’imprenditoria privata. Visto che il presidente Xi Jinping si appresta a rafforzare ulteriormente il potere in occasione del Congresso del Partito Comunista, in pratica un rimescolamento della leadership, che si tiene un paio di volte ogni dieci anni, e che partirà il 18 ottobre, la trama dei prossimi cinque anni si sta facendo più chiara.
La logica è semplice. La Cina nominalmente comunista fa affidamento sul vivace settore privato per la crescita, ma le imprese statali sono strumenti indispensabili al patrocinio politico, al controllo sociale e alla politica economica di Pechino. Qualsiasi crepa nella solidità finanziaria dell’apparato statale peserebbe sull’economia allentando la presa del Partito. Con i privati già in controllo di circa il 70% dell’economia, Xi e i suoi alleati hanno deciso di rafforzare le principali controllate statali, promuovendo il loro potere di mercato e alleggerendone il carico di debiti.
Per gli investitori le implicazioni sono significative: i prezzi sarebbero in media più alti in quanto le imprese statali sono notoriamente inefficienti, ma sarebbe meno probabile la tanto temuta crisi del debito cinese. In percentuale del pil, quello delle società, in gran parte relativo al settore statale, è sceso nel secondo trimestre. Secondo JP Morgan è il primo calo dal 2011. Il trade-off è una crescita più lenta. Le banche locali, le cui azioni sono in ascesa, dovranno continuare a sovvenzionare le gonfiate attività statali. E la necessità di una forte base capitale all’interno del Celeste Impero a favore di queste imprese implica che lo yuan libero di fluttuare rimarrà un sogno remoto.
Le imprese statali arrancano a causa del fondamentale ruolo da esse rivestito. Sebbene beneficino di prestiti bancari a buon mercato, offrono molto in cambio: alcune continuano a gestire ospedali e scuole. Quasi tutte mantengono più personale del necessario. PetroChina - costola quotata di China National Petroleum Co. (Cnpc) - ha un organico pari a sette volte i dipendenti di Exxon Mobil dello scorso anno, ma ha prodotto solo marginalmente più petrolio e meno gas. Non c’è da stupirsi se il rendimento del capitale netto nei 12 mesi fino a giugno sia stato un penoso 1,7%, contro quasi il 7% per Exxon.
Cnpc ha l’asso nella manica: è una delle sole tre compagnie petrolifere upstream del Paese, tutte di proprietà statale. I prezzi sono regolamentati, ma il predominio di Cnpc spesso permette di usare le maniere forti con i clienti e la burocrazia. La maggior parte delle imprese statali meno influenti si è trovata a scontrarsi con i più agili rivali privati per una torta a crescita più lenta negli ultimi anni. I bassi margini hanno massacrato settori chiave come l’acciaio, inondato da capitali privati durante gli anni del boom. Il ritorno complessivo degli asset per il settore industriale statale, pari al 6% nel 2007, è appena al 3% - molto inferiore alla media del 7% relativo al totale delle attività industriali e al tasso medio sui prestiti bancari pari al 5%. Il debito delle imprese statali si è moltiplicato fino a minacciare l’intero sistema finanziario. Un crollo dei mercati obbligazionari nell’aprile del 2016 è stato scatenato dai default dei colossi statali del carbone e dell’acciaio.
Ci sono due strade per gestire quel debito. Il governo potrebbe rimborsarlo, oppure potrebbero farlo le stesse società, sia ottenendo rendimenti più elevati che cedendo asset al settore privato. Xi, a quanto pare, è convinto che le aziende private godano già di un’eccessiva influenza, quindi ha optato per il rafforzamento delle restanti imprese statali chiave.
Le fusioni tra giganti statali come Baosteel e Wuhan Steel e, più di recente, i colossi dell’energia e del carbone Guodian e Shenhua sono il risultato più evidente. E la riduzione della rinomata capacità industriale della Cina ne è un altro. Le chiusure forzate dei centri siderurgici di quest’anno, un fattore importante dietro alla crescita dei prezzi in tutto il mondo, hanno interessato prevalentemente gli impianti privati.
Le imprese statali rimanenti possono godere di maggiori profitti grazie all’aumento dei prezzi dei beni di base, che implicano però maggiori costi per le attività a valle, in cui il settore privato è più forte. In agosto, il margine medio di profitto delle industrie statali era del 6,3%, contro il 3,8% di inizio 2016. Per le imprese private è rimasto bloccato al 5,7%, quasi esattamente al livello di un anno fa.
Certo il settore privato resta dinamico, e i profitti in alcune aree - come la tecnologia - stanno crescendo rapidamente. Ma lo Stato si sta intromettendo anche nell’orto dei giganti della rete, come quando ha persuaso aziende del calibro di Tencent e Alibaba all’acquisto del 13% della società di telecomunicazioni di Stato China Unicom per 4 miliardi di dollari. I media statali si compiacciono di tale «riforma della proprietà mista» in quanto sistema in grado di aumentare l’efficienza delle imprese statali, ma tali operazioni assomigliano molto a una nuova imposta sulle imprese private di successo.
Per gli investitori, lo sbilanciamento a favore dello Stato indica che le imprese private tecnologiche e quelle produttrici di beni di consumo continueranno a fare meglio di quelle statali, ma probabilmente meno rispetto al passato. I goffi titani statali, godendo di posizioni di privilegio, possono premiare gli investitori in modo più affidabile: quest’anno il mercato azionario di Shanghai, dominato dalle imprese di Stato, ha senza mezzi termini superato quello di Shenzhen, focalizzato su tecnologia e beni di consumo. Deng Xiaoping, il nonno delle riforme economiche cinesi, disse che era accettabile lasciare che «alcuni diventassero ricchi prima di altri». Ora la gente vive meglio rispetto a 30 anni fa. Adesso è ancora una volta il turno dello Stato.

Please click here to read this article in English on The Wall Street Journal


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

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