La nuova disciplina della «lista del consiglio», introdotta dalla legge Capitali e lasciata immutata dalla recente riforma del Tuf, sta producendo effetti problematici. Le criticità sono emerse con forza, seppur con esiti diversi, nelle recenti assemblee di importanti società quotate, da Banco Bpm a Mps.
La disciplina della lista del cda introduce infatti vincoli procedurali e meccanismi di voto complessi, aumentando il rischio di contenzioso, di paralisi decisionale e di ingovernabilità dei board. In particolare, la necessità di presentare una lista sovrabbondante e quella di votare individualmente i candidati anche da parte di chi non ha sostenuto la lista nella prima votazione rischiano di alterare la logica stessa del voto di lista, trasformandolo in un sistema ibrido e incoerente. Ne deriva una competizione individuale per il consenso che snatura il ruolo del consigliere e si presta a comportamenti e pratiche discutibili.
Il rischio è quello di creare incertezze operative e produrre esiti distorsivi, determinando assetti consiliari frammentati che possono compromettere la stabilità gestionale e gli orientamenti strategici.
La soluzione più saggia per superare questi problemi sarebbe quella di eliminare la disciplina sulla lista del cda recentemente introdotta. In subordine, sarebbe almeno necessario limitare il suo ambito di applicazione alle società che non abbiano un azionariato particolarmente diffuso e introdurre alcuni correttivi sui suoi principali effetti distorsivi sopra indicati, eliminare il requisito di presentare liste sovrabbondanti e limitare il voto individuale sugli amministratori ai soli azionisti che hanno votato a favore della lista del cda.
Più in generale sarebbe opportuno sfruttare l’occasione della possibilità, prevista dalla legge delega, di emanare decreti correttivi della riforma appena varata, per riconsiderare l’intera disciplina sul sistema di nomina degli amministratori.
Il sistema italiano di nomina degli amministratori che si è venuto a realizzare rappresenta già oggi un unicum nel panorama europeo: voto su liste bloccate obbligatorio, riserva di posti per le minoranze, presenza vincolata di indipendenti e, da ultimo, una regolamentazione estremamente analitica e con effetti distorsivi sulla lista del consiglio. Questa stratificazione normativa non semplifica, al contrario irrigidisce i meccanismi di governance, creando incertezze operative proprio nelle società a maggiore rilevanza sistemica.
In questo contesto le proposte avanzate da Assonime in un corposo position paper offrono una direzione di riforma chiara e coerente. Il punto di fondo è il recupero dell’autonomia statutaria, in linea con i principi della legge delega per la riforma del Tuf e con le migliori esperienze internazionali.
In particolare, occorre superare l’attuale rigidità normativa consentendo a tutte le società quotate di poter derogare alla disciplina sulle modalità di elezione e composizione del consiglio attraverso un opt-out statutario, così come era stato suggerito dalla bozza iniziale di parere delle commissioni parlamentari sulla riforma del Tuf. Tale autonomia dovrebbe essere esercitata nel rispetto di alcuni principi fondamentali peraltro già inseriti nel nuovo articolo 147-bis.1 del Tuf, in merito alla «professionalità, rappresentatività e diversità della complessiva composizione del collegio».
Nel complesso, la direzione di riforma dovrebbe essere quella di un sistema più flessibile, capace di adattarsi alle diverse strutture proprietarie e di valorizzare le best practice di autodisciplina. Un assetto di governance efficace non può essere il risultato di regole imperative, ma deve poter emergere da un equilibrio tra norme di principio e autonomia delle società.
La sfida oggi è evitare che un intervento nato con finalità di modernizzazione si traduca in un ulteriore fattore di rigidità per il mercato dei capitali italiano. Restituire spazio alle scelte statutarie, nel rispetto di presidi essenziali di tutela degli investitori, rappresenta la via maestra per coniugare efficienza, contendibilità e stabilità degli assetti di governance, condizione necessaria seppur non sufficiente, per rivitalizzare la borsa italiana. (riproduzione riservata)
*direttore generale
di Assonime