Carlos Cuerpo è il giovane ministro dell’Economia spagnolo, ma i suoi 44 anni non fanno notizia rispetto alla forza del sistema industriale iberico: quella è il vero titolo da prima pagina. MF-Milano Finanza lo ha incontrato per una intervista esclusiva - disponibile anche nella versione video per Class Cnbc - all’indomani dell’imposizione dei dazi da parte del presidente americano Donald Trump sulle merci.
Risposta. È una domanda molto pertinente. Penso che il primo punto sia ricordare a tutti che questi dazi, e più in generale l’entrata in una corsa al protezionismo o in una guerra commerciale, danneggiano tutti. Hanno un impatto negativo su tutti, a partire dal Paese che impone i dazi.
R. Lo stiamo già vedendo negli Stati Uniti: anche solo l’incertezza riguardo ai dazi sta frenando investimenti e consumi. Se seguiamo l’analisi degli esperti, ad esempio i dazi annunciati ieri sul settore automobilistico avranno un impatto anche sui prezzi per i consumatori americani.
R. Metà delle auto vendute negli Usa arrivano dall’estero e anche quelle prodotte negli Usa hanno tra il 50 e il 60% dei componenti importati. Questi dazi potrebbero avere un impatto diretto sui prezzi, a svantaggio dei consumatori.
R. Dalla parte dell’Ue, vogliamo mandare un messaggio positivo, costruttivo, e cercare un accordo con gli Usa. Abbiamo molto da proteggere: è la più grande relazione economica e commerciale del mondo, con uno scambio di merci e servizi pari a circa 4,4 miliardi al giorno. Ma l’Europa non sarà ingenua: risponderemo se necessario, se riterremo che alcune misure, come questi dazi, siano ingiuste. Abbiamo gli strumenti per farlo e la risposta sarà rapida e proporzionata.
R. Sì, finché restiamo uniti. Questa è la nostra forza principale. Una risposta unita dell’Ue verrà presa sul serio.
R. Come dicevo, sulla base della teoria economica e delle esperienze passate, queste misure finiscono per danneggiare tutti. Speriamo quindi che, nonostante gli annunci, si possa entrare in una fase di negoziazione e accordo con l’amministrazione Trump.
R. Il contesto è cambiato. Dobbiamo adeguarci e reagire sul fronte della sicurezza. Serve un programma completo per aumentare le capacità di difesa. Tutti i leader europei ne sono consapevoli, per questo si stanno incontrando con urgenza. Ora siamo in un momento critico. Bisogna seguire i passi previsti dal Libro Bianco sulla sicurezza e la difesa. Prima, definire le capacità necessarie. Poi capire come finanziarle. C’è urgenza di farlo.
R. Dobbiamo avere la flessibilità per reagire nel breve periodo, senza tagliare spese sociali o investimenti sulla competitività. Grazie alla flessibilità delle regole fiscali, potremo aumentare le spese per la difesa. Ma ci sono due elementi aggiuntivi.
R. La difesa è un bene pubblico europeo. Serve una dimensione comune anche nel finanziamento. Von der Leyen ha proposto un fondo da 150 miliardi con debito mutualizzato. In secondo luogo, le minacce alla sicurezza sono asimmetriche. Come durante il Covid, alcuni Paesi sono più esposti (come il fianco Est), quindi dovranno ricevere più fondi. E serve anche una parte a fondo perduto, non solo prestiti. Infine, bisogna sostenere l’industria europea della difesa, così che gli investimenti abbiano un impatto sull’innovazione e sulla crescita industriale dell’Ue.
R. Il mio amico Giancarlo ha un buon punto di vista. Dobbiamo essere attenti all’impatto sul debito pubblico. La chiave è continuare a crescere e coinvolgere i cittadini. La flessibilità consentirà di non penalizzare altre spese necessarie. Guardi la Spagna: stiamo crescendo più degli altri e il rapporto debito/pil è sceso di oltre 22 punti percentuali dal picco post-Covid. Abbiamo raggiunto un deficit del 2,8% nel 2024, sotto il target del 3%.
R. Grazie alla crescita, al lavoro e alla responsabilità fiscale. Per far quadrare i conti, la crescita è fondamentale.
R. Come dicevo, nel piano della presidente von der Leyen c’è già un elemento di debito comune: un meccanismo di prestiti mutualizzati agli Stati membri. Il passo successivo, che noi in Spagna stiamo sostenendo, è aumentare il volume di questo debito comune e includere anche una componente di sovvenzioni, non solo prestiti. Questo servirebbe a incentivare i progetti, soprattutto dove ce n’è più bisogno, ovvero sul fianco est.
R. La Spagna sta contribuendo all’Ucraina al massimo delle sue possibilità. Il presidente Sanchez è stato a Kiev poche settimane fa e ha annunciato un ulteriore miliardo di euro in aiuti finanziari e militari. Siamo in prima linea nel sostegno all’Ucraina e faremo parte della soluzione. Ci sono ancora discussioni in corso, ma speriamo che con l’aiuto dell’Ue si possa arrivare a una pace duratura e poi alla ricostruzione.
R. Ci sono molte proposte sul tavolo su come garantire una pace giusta e duratura. È fondamentale trovare un accordo che dia fiducia agli ucraini, che li rassicuri sulla sostenibilità della pace e che consenta loro di pensare al futuro e avviare la ricostruzione.
R. Spagna e Italia sono già molto allineate e hanno avuto successo nel promuovere molte iniziative a livello europeo. Abbiamo interessi comuni, come la protezione dei confini sud e del Mediterraneo. Un altro esempio è il NextGenerationEu: la nostra collaborazione è stata essenziale per la sua creazione. Ma guardando al futuro, dobbiamo capire che ogni singolo Paese, preso da solo, è troppo piccolo. Abbiamo bisogno della forza dell’Unione, sia per essere rilevanti nel mondo che per rafforzare il mercato interno. Proprio ieri ero con Enrico Letta a Madrid, a presentare il suo libro, e il punto centrale era questo: se riuscissimo a sbloccare tutto il potenziale del mercato unico, sarebbe come abbassare i dazi interni del 45%. Un’opportunità enorme.
R. È vero. Qualche dato: nel 2024 la Spagna è cresciuta del 3,2%, quattro volte la media dell’Eurozona. Pur rappresentando solo il 10% dell’economia dell’Eurozona, abbiamo contribuito al 50% della sua crescita nel 2024. Il 25-30% dei nuovi posti di lavoro in Europa sono stati creati in Spagna: circa mezzo milione all’anno. E ancora più importante: le previsioni per il 2025 e 2026 sono positive. Il segreto è l’equilibrio del nostro modello di crescita.
R. Stiamo crescendo velocemente e creando posti di lavoro, grazie a un settore estero competitivo - non solo il turismo, ma soprattutto i servizi non turistici, ad alto valore aggiunto, come quelli alle imprese e i servizi finanziari. Esportiamo più in questi settori (circa 100 miliardi) che nel turismo (94-95 miliardi). C’è poi l’attrattività per gli investimenti: tra il 2018 e il 2024, la Spagna è stata il quinto Paese al mondo per nuovi progetti di investimento estero (greenfield). Secondi per le rinnovabili, quarti per l’AI e i data center.
R. Anche la migrazione ha contribuito positivamente alla crescita. E il calo dell’inflazione ha sostenuto i consumi privati. Tutto questo, insieme a una gestione fiscale responsabile, ha creato un circolo virtuoso.
R. Sì, è uno dei fattori chiave del nostro successo. Abbiamo ricevuto 160 miliardi: 80 in sovvenzioni, 80 in prestiti. La nostra strategia è stata partire dalle sovvenzioni: le abbiamo usate per sviluppare settori strategici come l’energia verde (idrogeno verde) e la digitalizzazione. Di questi 80 miliardi, circa 50 sono già arrivati all’economia reale. Ora stiamo entrando nella seconda fase, quella dei prestiti, per dare continuità agli investimenti e coinvolgere maggiormente il settore privato. Abbiamo già attivato progetti per circa 7 miliardi. Ci aspettiamo che gli investimenti saranno uno dei motori principali della crescita già nel 2025.
R. Esatto.
R. Abbiamo un settore automobilistico molto competitivo, con impianti industriali all’avanguardia che esportano in tutto il mondo. Ora stiamo investendo nella transizione verso la mobilità sostenibile, puntando sui veicoli elettrici. È uno sforzo importante, ma che porterà maggiore produttività e sostenibilità.
R. Quello che ho detto è che abbiamo delle preoccupazioni riguardo all’impatto potenziale di questa opa ostile. Le preoccupazioni riguardano soprattutto la concentrazione del mercato e la concorrenza in Spagna. C’è il rischio che si traducano in condizioni peggiori per i consumatori, soprattutto per le pmi. Sabadell è una banca molto focalizzata sul credito alle piccole e medie imprese. E poi c’è un’altra priorità della nostra politica economica, che è l’inclusione finanziaria, soprattutto nelle aree rurali. Puntiamo a garantire servizi finanziari di base al 100% della popolazione, e queste operazioni potrebbero andare nella direzione opposta. C’è anche la questione dell’occupazione nel settore e della coesione territoriale. Tutte queste sono vere preoccupazioni per il governo spagnolo.
R. Detto ciò, ora l’opa è in corso secondo le regole previste. Il governo non è ancora chiamato a intervenire: ora tocca all’Autorità garante della concorrenza, che sta analizzando l’operazione. Aspettiamo le conclusioni.
R. Penso che sia un fenomeno europeo. Succede anche in altri settori, come le telecomunicazioni o l’energia. È qualcosa che viene evidenziato anche nei rapporti Draghi e Letta: serve creare campioni europei, grandi aziende in grado di competere a livello globale. Ma c’è un aspetto importante: bisogna fare progressi nel mercato interno europeo.
R. Finché il mercato rilevante per le banche resta quello nazionale, ogni fusione deve essere valutata in base all’impatto sulla concorrenza nazionale. Dobbiamo prima unificare i mercati finanziari europei. Solo allora potremo avere un contesto in cui le grandi operazioni bancarie abbiano senso a livello europeo. E dobbiamo considerare anche il potenziale dinamico di queste grandi aziende: la capacità di investire e mantenere buone condizioni per i consumatori nel lungo periodo. Questo sarà un elemento chiave per il futuro.
R. Ora ci stiamo davvero puntando. È stato un percorso frustrante negli ultimi 10 anni: se ne è parlato tanto, ma si è fatto poco. Ora non solo abbiamo cambiato nome - da Capital Markets Union a Unione del Risparmio e degli Investimenti - ma stiamo lavorando seriamente per realizzarla. La Spagna ha messo sul tavolo una proposta concreta: il Competitiveness Lab. È un nuovo strumento di governance che permette alle “coalizioni dei volenterosi” di andare avanti su singoli progetti senza aspettare l’accordo a 27.
R. Faccio un esempio: creare strumenti comuni di risparmio o investimento, armonizzare i rating delle pmi, facilitare l’accesso al credito e l’orientamento dei risparmi verso progetti e imprese europee. Due settimane fa abbiamo avuto un primo incontro a Bruxelles con Italia, Germania, Francia, Polonia, Paesi Bassi, Lussemburgo. C’è stato entusiasmo, e metteremo progetti concreti sul tavolo entro l’estate, per avviarli dopo l’estate.
R. Assolutamente. Serve investire sulle interconnessioni: per noi è fondamentale. Anche in questo caso servono investimenti comuni e finanziamenti condivisi, perché i benefici sono per tutti. E serve per rafforzare l’indipendenza energetica dell’Europa.
R. Completamente d’accordo. Noi europei dobbiamo essere fieri di quello che abbiamo costruito con l’Unione Europea. Dobbiamo essere critici dentro casa e continuare a migliorarla, ma fuori dobbiamo raccontare al mondo che siamo un partner stabile, affidabile, aperto agli affari. (riproduzione riservata)