Secondo un intelligence brief della società italiana Maticmind (Zenita Group), nei sette giorni successivi all’attacco di Stati Uniti e Israele in Iran, sono state registrate oltre 600 rivendicazioni di attacco in sette giorni, attribuite a 47 gruppi differenti, con nove cluster legati ad attori statali e bersagli in undici Paesi.
I numeri raccontano un’intensa attività digitale. Ma l’impatto strategico, almeno finora, resta inferiore a quello prodotto dalle operazioni militari tradizionali. Missili, droni e proxy armati continuano a determinare gli equilibri del conflitto. Il cyber, invece, svolge un ruolo diverso: per Teheran il dominio cyber è uno strumento scalabile di pressione psicologica e leva negoziale.
Per interpretare il comportamento iraniano nel dominio digitale, gli analisti indicano una formula ricorrente nella cultura strategica persiana: “Guerra e Caos”. La logica è modulare e calibrata: si inizia con azioni rumorose – attacchi DDoS, defacement di siti istituzionali, campagne di propaganda digitale – che saturano i sistemi difensivi e amplificano la percezione di instabilità. In una seconda fase, molto meno visibile, entrano in gioco attività più sofisticate: accessi persistenti alle reti, esfiltrazione di dati e raccolta di intelligence.
Un paradosso operativo emerso nel 2026 riguarda la connettività interna all’Iran. Durante l’escalation, il traffico Internet del Paese è sceso fino all’1-4% dei livelli normali, limitando la capacità operativa diretta degli Apt nazionali. La risposta di Teheran è stata l’attivazione di una costellazione di oltre 60 gruppi proxy e hacktivisti, spesso distribuiti all’estero.
L’evoluzione più significativa, emerge dal report di Maticmind, riguarda la convergenza tra attacchi fisici e digitali. Il 1° marzo alcuni data center cloud nella regione del Golfo – tra Emirati Arabi e Bahrain – sono stati colpiti da attacchi cinetici che hanno provocato interruzioni di servizi utilizzati da banche, aziende e amministrazioni pubbliche.
Il caso ha introdotto quello che gli analisti definiscono scenario “phigital”: un attacco fisico localizzato che produce effetti digitali a catena sull’economia globale. La vulnerabilità nasce dalla forte concentrazione delle infrastrutture cloud. Colpire fisicamente un nodo della rete può avere conseguenze operative su migliaia di organizzazioni che condividono la stessa infrastruttura.
Per le imprese europee il rischio principale non è tanto il blackout improvviso quanto lo spionaggio persistente. Gruppi legati all’intelligence iraniana – come APT34 o MuddyWater – sono stati documentati per anni all’interno di reti governative, energetiche e industriali, con l’obiettivo di acquisire dati strategici e proprietà intellettuale. Il cyber iraniano, in questa prospettiva, è un moltiplicatore di instabilità a basso costo, in cui la presenza silenziosa nelle reti può valere più di un attacco spettacolare. (riproduzione riservata)