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La globalizzazione c’è ancora?
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La globalizzazione c’è ancora?

di Jacob M. Schlesinger
Milano Finanza - Numero 019 pag. 11 del 26/01/2019

Le reazioni contro le falle di un commercio più globalizzato hanno reso ardue le politiche per farlo funzionare in modo più equo. A tutto ciò si aggiungono anche regole del Wto, ormai obsolete, e le tante trappole del modello di business digitale

Per comprendere lo stato attuale della globalizzazione è bene partire da quanto sta accadendo in tre delle principali istituzioni destinate a promuoverla. 1) L’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) è sempre più paralizzata da divisioni che ne minano la capacità di controllare le controversie commerciali internazionali. 2) Il tentativo delle Nazioni Unite di fissare linee guida globali in materia di migrazione ha provocato una reazione da parte di più di una dozzina di nazioni, sostenendo che essa minaccia la loro sovranità. 3) Il principale modello di armonizzazione economica transfrontaliera, l’Unione Europea, sta per perdere uno dei suoi maggiori membri, il Regno Unito. Per i 27 Paesi rimanenti i sondaggi prevedono un fronte unito di euroscettici che, secondo una recente analisi di Der Spiegel, si aggiudicheranno un numero di seggi sufficienti alle elezioni europee di maggio per «far tornare indietro l’orologio dell’integrazione europea».

Chiaramente nel 2019 la globalizzazione, ovvero il flusso regolare di merci, lavoro e capitali attraverso le frontiere, ha visto intensificarsi i venti contrari. Le sfide politiche e commerciali sono crescenti e sempre più complesse e i suoi sostenitori trovano risposte sempre più difficili da elaborare.

Queste sfide si riflettono sui dati. Il Wto ha recentemente abbassato le prospettive di crescita del commercio mondiale nel 2019 al 3,7% rispetto al picco del 4,7% del 2017, in parte a causa «dell’accresciuta tensione tra i principali partner commerciali». L’Onu avverte un «quadro preoccupante degli investimenti globali», caratterizzato da un calo del 23% degli investimenti diretti esteri nel 2017, seguito da un altro calo del 41% nella prima metà del 2018. L’organizzazione stima inoltre che il tasso di crescita annuale dei migranti internazionali è sceso al 2% nel 2015-17 dal 2,9% annuo del 2005-2010. Per il globalismo non ci sono però solo brutte notizie. Da un lato, l’integrazione economica internazionale non mostra segni di vistoso cedimento, come quello delle fasi di totale deglobalizzazione.

Dal 1914 al 1945 il commercio mondiale scese dal 38 al 7% dell’attività economica globale. Inoltre il sistema globale mostra una sorprendente resistenza. Usa e Messico, guidati entrambi da nazionalisti-populisti scettici del libero mercato, piuttosto che farlo saltare in aria l’anno scorso hanno battuto le aspettative rinegoziando un accordo nordamericano di libero scambio con modeste modifiche. Il giorno dopo la firma del patto Donald Trump ha negoziato una tregua almeno fino al 1° marzo con Xi Jinping nel loro lungo confronto commerciale. Il leader americano antiglobalista giura che il suo obiettivo a lungo termine è espandere e non restringere il commercio internazionale, ma ritoccandolo secondo linee che considera più favorevoli agli Stati Uniti.

Ciononostante «la qualità della globalizzazione sta peggiorando», dice Adam Posen, presidente del Peterson Institute for International Economics. «Non vuol dire che stia svanendo, ma i benefici in termini di efficienza e guadagni «si stanno erodendo». Persino i più convinti sostenitori della globalizzazione riconoscono che i benefici di un’economia mondiale più globale non sono stati condivisi equamente: il processo ha amplificato le disuguaglianze di reddito e sconvolto, nelle economie avanzate, molte comunità industriali di successo. E richiedono che il sistema sia rimesso a posto. In un paper di scorso sul tema «sostenere la globalizzazione» il Peterson Institute ha raccomandato di migliorare l’istruzione e renderla più inclusiva, fornendo «a tutti i lavoratori che hanno perso l’occupazione un sostegno finanziario e amministrativo sufficiente», affrontando le disuguaglianze di reddito e rafforzando il sistema sanitario.

Ma c’è una crescente difficoltà nel perseguire tali politiche. L’intensificazione della polarizzazione sta logorando le democrazie in tutto il mondo, in parte a causa dei forti contraccolpi anti-globalizzazione. La conseguente paralisi rende più difficile per i leader attuare politiche che potrebbero moderare questa opposizione.

La coalizione Lega-M5S in Italia è entrata in carica l’anno scorso con la promessa di fare di più per prendersi cura dei perdenti della globalizzazione, creando una Legge di Bilancio ambiziosa che offrisse un reddito di base universale per i disoccupati, abbassando al contempo l’età di pensionamento. Ma in dicembre Roma è stata costretta a ridimensionare il piano, piegandosi al volere del mercato dei capitali, che hanno fatto salire i tassi d’interesse italiani per paura di un debito pubblico in libera uscita, e al volere dei leader europei che sostenevano che il piano violasse i limiti comunitari sulla spesa pubblica in deficit.

A Washington un divario ideologico tra Democratici e Repubblicani sul modo migliore per garantire la copertura sanitaria ha portato all’erosione dei programmi governativi esistenti senza alcun rafforzamento delle alternative del settore privato. Entrambe le parti parlano di fare di più per aiutare i lavoratori e le comunità duramente colpiti, con più formazione e infrastrutture, ma hanno fatto poco per fornire fondi al riguardo. «Da molto tempo l’azione positiva del governo federale è limitata», dice Edward Alden, esperto commerciale del Council on Foreign Relations, il cui libro del 2016 «Failure to Adjust» ha indicato i legami tra le reazioni anti-globalizzazione e la mancanza di programmi di sostegno ai lavoratori.

Al di là delle divisioni interne alle grandi economie, il divario si sta allargando anche su come definire le regole della globalizzazione, un altro vincolo che limita l’avanzamento dell’integrazione economica mondiale. La capacità americana di imporre la propria visione dei mercati si è erosa, mentre la Cina sta guadagnando peso nel dare forma all’economia mondiale con la sua strategia di commercio statale. Questo è un grande cambiamento rispetto ai primi anni ‘90, quando 120 ministri del Commercio si riunirono a Marrakech per finalizzare l’accordo che avrebbe plasmato il Wto. La Guerra Fredda era appena finita e l’economia internazionale sembrava fondersi intorno al capitalismo di tipo americano, guidato dagli Stati Uniti come unica superpotenza. Il nuovo organismo era radicato in quell’assunto storico e progettato per farlo rispettare.

Ma la successiva comparsa della Cina come protagonista del commercio mondiale ha messo alla prova quel quadro di riferimento della metà degli anni ‘90, manifestando contraddizioni difficili da riconciliare sulla definizione di commercio equo. Queste disparità di lunga data sono sfociate in un conflitto aperto nel 2018, con Washington e Pechino che hanno imposto dazi elevati a più della metà di tutte le merci tra loro scambiate, sposando in sostanza una nuova era di non integrazione tra le due maggiori economie mondiali.

Il duello commerciale Usa-Cina sta minando anche l’autorità dell’organizzazione incaricata di risolvere tali controversie. Uno degli obiettivi principali del Wto è ridurre le probabilità di insorgenza di guerre commerciali, in cui i Paesi scelgono da soli di punire o reagire contro i loro partner commerciali, creando un arbitro neutrale e affidabile per determinare se le regole globali siano state infrante. Per un quarto di secolo ci è riuscito. Ma l’amministrazione Trump sostiene che il Wto non è attrezzato per controllare le violazioni flagranti, specialmente da parte della Cina, e ha preso in mano la situazione, spesso applicando sanzioni commerciali senza attendere l’imprimatur di Ginevra. Ciò ha innescato una spirale auto-rinforzante di controversie commerciali extralegali, con Pechino e altre nazioni che reagiscono al di fuori dei canali del Wto.

Ciò evidenzia un altro grande cambiamento che sta offuscando il futuro della globalizzazione: per la prima volta in decenni gli Stati Uniti non sono impegnati a portare avanti la causa. I funzionari americani dicono che lavoreranno con nazioni che la pensano allo stesso modo per cercare di riformare il sistema globale, ma non offrono più un sostegno aperto. «Dobbiamo stare molto attenti a riconoscere il multilateralismo solo per il bene del multilateralismo», ha dichiarato Clete Willems, l’assistente della Casa Bianca che supervisiona la politica economica internazionale, in una conferenza del dicembre scorso degli avvocati commerciali e dei lobbisti di Washington.

Con gli Stati Uniti che sono passati dal ruolo di campione della globalizzazione a quello di suo sfidante, altri Paesi hanno cercato di colmare il vuoto, continuando a promuovere la causa della liberalizzazione del commercio. Ma lo stanno facendo in modo da frammentare, piuttosto che solidificare, l’economia globale, creando zone di libero scambio bilaterali e regionali. Il 30 dicembre 11 nazioni in Asia e nelle Americhe hanno dato vita a un’area doganale e di regole commerciali chiamata Accordo Globale e Progressivo per il Partenariato Trans-Pacifico. Il 1° febbraio il Giappone e l’Ue creeranno un’altra zona commerciale con un set di regole separato che disciplinerà gli affari tra le loro economie. Il risultato è un mosaico sempre più complesso di regolamenti, a volte sovrapposti, e a volte conflittuali, che rende più difficile per le multinazionali fare affari nelle varie aree.

Anche la natura in rapida evoluzione del commercio stesso è diventata una sfida per l’ideale di un’economia globale coesa. La tecnologia naturalmente sta accelerando la globalizzazione in molti modi: tagliando i costi, facilitando la comunicazione e permettendo anche alle piccole imprese di trasmettere prodotti e servizi istantaneamente ai consumatori di tutto il mondo attraverso la cloud. Il McKinsey Global Institute stima che dal 2015 il valore globale dei flussi di dati internazionali abbia superato il valore del commercio globale di merci. Ma l’impatto della digitalizzazione è complicato e può a volte contemporaneamente restringere e indebolire i legami economici transfrontalieri in quanto consente alle aziende di fare più affari al di fuori del Paese d’origine con un’impronta fisica sui mercati esteri molto più ridotta. Un report delle Nazioni Unite sostiene che per molte multinazionali «l’economia digitale, creando nuove modalità di accesso ai mercati, può rendere la presenza fisica meno fondamentale o addirittura obsoleta, il che potrebbe portare a una contrazione della produzione internazionale». Inoltre il libero scambio digitale può essere più difficile da controllare rispetto al commercio di beni convenzionali. Nel corso della costante marcia del Dopoguerra verso la globalizzazione la liberalizzazione del commercio si è concentrata sul monitoraggio e la riduzione dei dazi e delle quote su macchinari, colture e altri beni fisici.

Le battaglie su queste politiche sono state a volte feroci, ma le regole di ingaggio erano abbastanza chiare su come definire e rilevare il protezionismo. «Il protezionismo digitale è invece difficile da definire e forse ancora più difficile da contestare», scrive Susan Ariel Aaronson, docente di Affari Internazionali alla George Washington University. I tentativi in questione fomentano tediose dispute transfrontaliere su politiche che secondo molti governi sono legittimamente progettate per salvaguardare la privacy, la sicurezza informatica o l’applicazione della legge, anche se esse aumentano i costi di produzione, ostacolano i flussi di dati e costringono le aziende a consegnare ai governi stranieri i codici sorgente e altre preziose proprietà intellettuali. Molte aziende statunitensi hanno lamentato l’impatto restrittivo sul commercio delle nuove norme europee sulla privacy entrate in vigore l’anno scorso, spingendo alcune di esse a lasciare l’area e tagliare i clienti europei. La risposta dei legislatori Ue in una lettera aperta è stata: «La protezione dei dati non dovrebbe essere oggetto di negoziati. Si tratta di un diritto fondamentale, non di una barriera commerciale».

In un’indagine del 2017 su 400 responsabili aziendali dell’information technology Accenture aveva rilevato che tre quarti degli intervistati «prevedono di uscire da un mercato geografico, di ritardare o di abbandonare i loro piani di accesso al mercato nei prossimi tre anni» a causa delle nuove barriere commerciali digitali. Inoltre non aiuta il fatto che il Wto non possa offrire una guida chiara su ciò che è o non è permesso, dato che le sue regole non hanno avuto un aggiornamento importante dal 1995, molto prima che il commercio mondiale fosse rivoluzionato da Amazon, Google, cloud computing, telefoni cellulari e applicazioni. Nel 2013 un gruppo di 24 Stati membri ha avviato colloqui per cercare di delineare le linee guida di consenso sul commercio digitale, ma questo sforzo è stato sospeso dopo tre anni di discussioni infruttuose e rimane bloccato.

Nonostante tutti i problemi Alan Wolff, avvocato commerciale americano veterano del settore e ora vicedirettore generale del Wto, si dice «molto ottimista» perché «le frontiere aperte e il commercio basato sulle regole sono la soluzione migliore per le economie nazionali e l’efficienza è una forza gravitazionale». Il motto della città di Ginevra è «post tenebras lux», che significa «dopo l’oscurità, la luce», ha detto Wolff a un’udienza di dicembre al Peterson Institute. Ma è stato attento a non prevedere quando i duelli attuali saranno risolti e quando emergerà una nuova alba della globalizzazione. «Rischiamo di sbattere prima sugli scogli?», si è chiesto. «Forse». (riproduzione riservata)


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

MF+MIFI + The Wall Street Journal


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