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La crescita mostra alcune crepe

di Ben Eisen, Michael Wursthorn e Daniel Kruger
MF - Numero 071 pag. 5 del 11/04/2018

Ci sono i timori di stop nell’economia alla base della volatilità sui mercati. La fiducia degli investitori è calata per il timore che il picco sincronizzato della congiuntura a livello mondiale, da lungo tempo atteso, possa trasformarsi in un pericoloso stallo sincronizzato

Gli investitori del mercato azionario, già alle prese con la disfatta nel comparto tech e la minaccia di una guerra commerciale, iniziano a rivalutare una premessa fondamentale al potente rally: la convinzione che la crescita economica mondiale sia sul punto di esplodere dopo un lungo periodo di debolezza.


Le principali economie hanno iniziato a prendere velocità l’anno scorso, uno scatto dopo anni di crescita fiacca in seguito alla crisi in cui gli Stati Uniti spesso apparivano come l’unico faro di speranza. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, il prodotto globale è aumentato del 3,7% nel 2017, in rialzo di mezzo punto rispetto all’anno precedente. Il ritorno di una maggiore crescita al di fuori del Paese ha dato agli investitori la speranza che la lunga corsa del toro potesse continuare, anche se l’espansione economica a stelle e strisce è entrata negli stadi finali del ciclo.

Ma la riscossa dell’economia globale rischia di finire sul binario morto. Negli Stati Uniti, gli indicatori dell’attività manifatturiera e dei servizi hanno segnalato un arretramento. Le vendite al dettaglio sono diminuite per tre mesi consecutivi, la spesa edile ha subito uno stop a inizio anno e le vendite di auto si sono stabilizzate. Invertendo il recente slancio, venerdì scorso i dati del governo hanno marcato un brusco rallentamento nella creazione di posti di lavoro per il mese scorso. «Non c’è davvero nulla di cui andar fieri in questa ripresa», ha ammesso Lindsey Piegza, capo economista di Stifel Nicolaus & Co. «Sempre segnali di una fatica a restare a galla e a mantenere il più moderato ritmo di crescita attuale».


La fiducia degli investitori è calata in parallelo all’inclinazione sempre più protezionistica dell’amministrazione Trump e alla promessa di una vendetta da parte della Cina, sollevando la preoccupazione che un battibecco sull’arena commerciale vada a pregiudicare la crescita. Con la rinnovata esplosione dei timori di una guerra commerciale, il Dow Jones Industrial Average ha ceduto il 2,3% venerdì scorso, amplificando un movimento che già era partito nelle settimane precedenti: il Dow è in calo di oltre il 10% rispetto al massimo record del 26 gennaio.


Ieri è arrivato un rimbalzo ma lo scenario non è comunque tranquillo.


Anche altri mercati finanziari hanno iniziato a riflettere una visione più pessimistica. Il differenziale tra i rendimenti dei titoli del Tesoro a breve e a lungo termine, che tende a crescere e restringersi in base alle prospettive dell’economia, è ai minimi in oltre un decennio. Il rame, una materia prima che si muove di pari passo con le previsioni di crescita, ha perso il 6,9% quest’anno. Importanti titoli industriali, tra cui Caterpillar e Boeing, hanno sottoperformato il mercato, riflettendo sia i timori sul piano commerciale che i segnali di una crescita più lenta. In Germania, la produzione industriale ha avuto un inaspettato calo dell’1,6% a febbraio, un’indicazione che gli economisti di Citigroup hanno definito «sconvolgente». I sondaggi sul sentiment economico e commerciale nella più grande economia del blocco hanno lasciato intendere un peggioramento delle aspettative di crescita. Nel frattempo, gli anni di stimolo monetario in Giappone hanno portato solo un modesto incremento della crescita. Secondo Bespoke Investment Group, a marzo l’attività manifatturiera è diminuita rispetto al mese precedente in 21 Paesi su 30, soprattutto in Asia e in Europa. Anche se è poca la paura di un’imminente recessione globale, i numeri decisamente non stellari stanno costringendo gli investitori a valutare se l’impennata della crescita globale possa trasformarsi in uno stallo sincronizzato. «Non c’è niente di automatico in un aumento della crescita sincrona», ha dichiarato Mohamed El-Erian, chief economic adviser di Allianz.


Per la prima volta da agosto, venerdì scorso il Citigroup Economic Surprise Index è sceso sotto lo zero, indicando che a livello aggregato i dati economici mancano le previsioni invece di batterle (vedere grafico in pagina). Alcuni stanno riducendo le stime: gli economisti di Jp Morgan giovedì scorso hanno tagliato le prospettive sulla crescita globale per i primi tre mesi dell’anno di 0,1 punti percentuali, al 3,3%.


Per gli investitori statunitensi, gran parte dell’outlook dipende dal commercio. Una guerra commerciale potrebbe avere enormi ripercussioni, come la presentazione di nuove sfide per la produzione di beni americani o il declino della domanda dall’estero. Inoltre, una minaccia prolungata potrebbe indurre alcune società a sospendere gli investimenti finché non si avrà una maggiore chiarezza. «Stavamo arrivando alla fase in cui le aziende si sentono a proprio agio a spendere», ha commentato Mark Freeman, chief investment officer presso il money manager di Dallas Westwood Holdings Group, ora preoccupato che l’incertezza sul commercio possa ritardare quei piani.

Tuttavia, molti investitori rimangono ottimisti riguardo alla crescita globale e gli utili societari negli Stati Uniti sono ancora forti. Per i primi tre mesi dell’anno è attesa una crescita dei profitti pari al 17% per le aziende dello S&P 500, anche dopo aver macinato nel quarto trimestre un risultato al più elevato tasso dalla seconda metà del 2011 (dati FactSet). «Il contesto economico è ancora molto positivo», ha dichiarato Craig Hodges, portfolio manager di Hodges Funds. «La volatilità ha creato opportunità. Molti titoli azionari dovevano risorgere».


E anche se la crescita economica si dovesse attenuare, non sarebbe necessariamente un brutto segnale per le azioni. I principali indici statunitensi sono riusciti a raggiungere massimi da record durante l’attuale mercato rialzista, basandosi in parte sul presupposto che l’economia non è né troppo calda per rischiare di bruciarsi, né troppo fredda da cadere in una recessione. Ma i dubbi arrivano in un momento in cui gli investitori sono già sulle spine per il ritiro degli stimoli monetari da parte delle banche centrali. Inoltre, il governo degli Stati Uniti ha incrementato i prestiti per finanziare l’espansione del deficit di bilancio e una riforma fiscale da 1.500 miliardi di dollari, suscitando il timore delle agenzie di rating del credito. Se il Tesoro contrae prestito e la Fed accorcia, meno denaro sarà disponibile per le azioni e altri asset di rischio, dicono gli economisti. «Abbiamo già visto l’apice in termini di condizioni finanziarie», ha dichiarato il managing partner di Btg Pactual, John Fath.
traduzione di Giorgia Crespi


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

MF+MIFI + The Wall Street Journal


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