Il bitcoin non ha un attimo di tregua in Cina. Le autorità locali hanno ordinato la chiusura delle operazioni responsabili della generazione di un’ampia fetta dell’offerta mondiale di bitcoin, inasprendo il provvedimento repressivo che aveva già imposto la chiusura delle sedi di negoziazione per il trading di criptovalute nel Paese. Una task force governativa multiagenzia, che supervisiona i rischi per la finanza sul web, ha emanato una disposizione alle autorità locali affinché blocchino le operazioni che producono, ovvero «minano», criptovalute. Le aree più remote del Paese, in cui sono fiorite le operazioni di estrazione di criptovalute, si stanno mettendo in regola. Un funzionario della regione occidentale del Xinjiang ha confermato che la sua agenzia ha ricevuto l’avviso e sta realizzando «il desiderio del Paese».
I miner utilizzano potenti sistemi informatici per risolvere complessi problemi matematici per generare e convalidare le singole unità di criptovaluta. Hanno prosperato in aree scarsamente popolate della Cina, dove l’elettricità è abbondante e poco costosa e le temperature sono più basse. Questo ridimensionamento rappresenta l’ultimo colpo inferto a bitcoin e criptovalute in quello che era un mercato promettente, ma fonte di preoccupazione per il governo in merito a riciclaggio di denaro e ai potenziali rischi per il sistema finanziario. La Cina ha contribuito infatti a circa l’80% della potenza di calcolo dedicata all’estrazione globale di bitcoin negli ultimi 30 giorni. Secondo gli esperti, un blocco su vasta scala dell’attività di mining interromperebbe la creazione di criptovaluta. In genere, occorrono circa 14 giorni affinché il sistema bitcoin si adegui prima che il tasso di creazione di nuove monete si stabilizzi. Se la Cina dovesse spazzare via l’80% della potenza di mining globale in una volta sola, la ripresa potrebbe richiedere settimane, forse mesi. Se davvero Pechino staccasse improvvisamente la spina a tutti i coniatori, potrebbe provocare uno stravolgimento. Tuttavia una simile chiusura generalizzata resta improbabile, dato che il governo cinese sta stringendo il cappio normativo da mesi, spingendo molti operatori a spostarsi altrove.
«Non penso che i miner siano rimasti con le mani in mano», ha detto Arthur Hayes, gestore BitMEX, un exchange di criptovalute. «Alcuni hanno già spostato l’hardware fuori dalla Cina». Il fondatore di F2Pool, il gruppo di miner cui è riconducibile il 9% del bitcoin estratto lo scorso mese, ha reso noto che le loro operazioni in Mongolia Interna e nello Xinjiang hanno ricevuto direttive dalle autorità locali.
Dopo che a settembre il governo ha posto il bando sulle Ico e sugli exchange, l’attività di accertamento si è focalizzata sui minatori. L’avviso ha iniziato a circolare sui social media la scorsa settimana e potrebbe essersi sommato ai fattori che nei giorni scorsi hanno schiacciato il bitcoin da 19.000 a 14.200 dollari. Poco prima del giro di vite di settembre il bitcoin trattava a 4.600 dollari. A sentire gli analisti, una potenziale chiusura della vasta rete cinese di miner potrebbe anche scuotere le dinamiche tra i pool minerari globali, ovvero le aziende che condividono la potenza di calcolo. Negli ultimi anni, una manciata di questi potenti gruppi cinesi ha opposto resistenza all’espansione della rete bitcoin per elaborare più transazioni.
Se le autorità cinesi hanno raffreddato il clima delle criptovalute, altrove la domanda è rimasta scottante, specialmente in Corea del Sud, che ha guadagnato così il centro della scena. Peraltro le autorità locali hanno annunciato misure più severe per reprimere il commercio di criptovalute in seguito al collasso di una piattaforma basata a Seul su cui gli investigatori stanno facendo accertamenti per il possibile coinvolgimento di hacker nordcoreani.
traduzione di Giorgia Crespi
