skin track
La Cdp di Scannapieco e i rischi della mano pubblica in economia
L'opinione Leggi dopo

La Cdp di Scannapieco e i rischi della mano pubblica in economia

di Angelo De Mattia
Milano Finanza - Numero 110 pag. 21 del 05/06/2021

Le recenti operazioni di Cdp e la nomina di Dario Scannapieco ad amministratore delegato hanno riproposto la discussione sul pubblico e il privato nell’economia. Il governatore di Bankitalia nelle recenti Considerazioni Finali ha meritoriamente affrontato questo tema. Ignazio Visco sostiene che tra Stato e mercato non c’è contrapposizione bensì complementarità. Non bisogna confondere la necessità che uno Stato sia più efficace con l’estensione dei suoi compiti, che il governatore ritiene invece rischiosa anche per l’essersi verificati in passato «fallimenti dello Stato». Tuttavia oggi si sta realizzando proprio un’estensione, senza un disegno organico, del ruolo del pubblico. D’altro canto, anche per gli indirizzi comunitari, non è il pubblico in sé che viene visto in maniera diversa del privato, bensì un suo ruolo che si svolga senza osservare le regole della concorrenza e senza l’ottemperanza di norme che disciplinino responsabilità e autonomia di gestione, ma, all’opposto, fruendo, per la sua collocazione, di aiuti di Stato.

Ecco il punto: un intervento pubblico che osservi le regole della concorrenza e del libero mercato, che agisca in condizioni di par condicio con i privati senza fruire di agevolazioni e avendo una gestione autonoma non potrebbe essere avversato. Ma si tratta di condizioni di difficile realizzazione, come la storia insegna. Nel sistema bancario la riduzione, prima, e la quasi definitiva uscita, poi, dalla mano pubblica è stata attuata a partire dagli anni ‘90. La seconda Direttiva europea stabiliva che la banca è e deve essere un’impresa. Contemporaneamente veniva riformata la banca pubblica attraverso lo scorporo degli istituti sotto forma di spa dalle fondazioni. Si riorganizzava la disciplina del credito con l’adozione del Testo Unico Bancario. Un referendum, svoltosi nel 1993, si concluse con l’approvazione dell’abrogazione della normativa vigente sulle nomine pubbliche nelle casse di risparmio con una maggioranza del 90%. La riforma della banca pubblica comunque rendeva quasi superfluo il referendum. Da quegli anni prese inizio un processo di privatizzazione, rafforzamento patrimoniale e capacità competitiva che risultò fondamentale per la riorganizzazione bancaria e per il consolidamento che furono promossi innanzitutto dalla Banca d’Italia di Antonio Fazio, mentre si presentava la necessità di salvataggi di fatto, anche di importanti istituti, in diverse aree del settore. A distanza di oltre 25 anni può dirsi che l’uscita del pubblico dalle banche è stata un’operazione riuscita e dai risultati apprezzabili. Tuttavia bisogna ricordare che, anche nel periodo delle banche diffusamente pubbliche, la gestione era nel complesso curata e i casi di più evidente dissesto si verificarono soprattutto in banche private: basta rammentare le banche di Sindona, l’Ambrosiano, la Banca dell’Agricoltura. Certamente nel pubblico dominava la lottizzazione partitica, ma, al di là di alcuni casi, i lottizzati non erano persone inesperte, anche se il rapporto con chi ne aveva propiziato la candidatura nuoceva in diverse realtà all’autonomia del banchiere. Oggi il pubblico nel sistema si manifesta macroscopicamente in Mps, ma in conseguenza di un’operazione di ricapitalizzazione precauzionale da parte del Tesoro. La necessità di trovare una soluzione in tempi brevi è evidente. Il temporeggiamento nuoce all’immagine del Paese e dello stesso sistema. Il premier Mario Draghi, in risposta a una domanda di un giornalista, aveva rimandato la manifestazione della sua posizione al riguardo a quando si sarebbero chiariti il quadro complessivo e le scelte praticabili. Ora ci dovremmo essere.
Nel settore dell’impresa non finanziaria le privatizzazioni avviate dagli anni 90 presentano un’immagine ben diversa rispetto alle trasformazioni avvenute nel mondo bancario. L’uscita, parziale o totale, del pubblico in imprese di rilevanza non solo nazionale avvenne senza regole adeguate, senza un chiaro disegno di politica istituzionale ed economica, rispondendo a spinte che venivano dalla Commissione Ue nonché alla necessità di migliorare i conti pubblici in vista dell’adesione sin dalla prima fase all’Unione Economica e Monetaria. L’operazione di privatizzazione si tradusse in posizioni di comando nelle imprese privatizzate da parte di detentori di piccole quote azionarie, come il famoso «nocciolino». Nelle banche pubbliche agirono norme, controlli e politiche; nelle imprese non finanziarie non si ebbero i benefici di questa triade.

Oggi ereditiamo le situazioni di quel tempo, che però dovrebbe aver fatto scuola. Sarebbe fondamentale che, a differenza di quanto sinora avvenuto, il governo esponesse in Parlamento la propria posizione sull’intervento pubblico e rappresentasse le linee evolutive di cui intende farsi promotore, a cominciare dai casi all’ordine del giorno e comprendendo nella relazione il modo in cui vorrà decidere le nomine pubbliche, i criteri, i requisiti, i vincoli, le incompatibilità, pur sapendo che finora, colpevolmente, nessun esecutivo, almeno negli ultimi 20 anni, ha affrontato nelle Camere queste tematiche in chiave programmatica. Ma questo non è, come si ripete, il governo del cambiamento? E Visco non ha dato un segnale in proposito? E gli impatti della pandemia non hanno provocato un allargamento del ruolo dello Stato? Un’estensione del pubblico nelle condizioni prima richiamate, qualora ve ne fosse la necessità, non stupirebbe di certo. Lo Stato non è il «guardiano notturno» come vuole la teoria ultraliberista. Lo stupore e la reazione non favorevole vi sarebbero se invece si continuasse a operare senza regole adeguate e in una condizione di insufficiente trasparenza. Un primo concreto segnale dovrebbe venire da Cdp, dalla chiarezza della sua collocazione istituzionale e dalla coerenza e trasparenza delle sue strategie. È il primo banco di prova per Scannapieco, il quale sarà consapevole che il suo operare deve rappresentare una sorta di modello per il comparto delle imprese pubbliche. (riproduzione riservata)



Condividi Condividi su Whatsapp Invia ad un amico Stampa news









Video

Vedi tutti

Anticipa i mercati.
Scegli gli strumenti giusti per investire senza sbagliare.

  • Annuale
  • Mensile

SITO + MF GPT LIGHT

89,00 € per 1 anno
99,00/anno

Abbonati
  • Tutti i contenuti del sito
  • Market Driver: le notizie operative in tempo reale
  • Newsletter e webinar premium
  • MF GPT Piano light di MF GPT (30 crediti/mese)

SITO + QUOTIDIANO DIGITALE + MF GPT LIGHT

229,00 € /anno per sempre

Abbonati
  • Quotidiano digitale
  • Accesso al The Wall Street Journal
  • Borsa in tempo reale
  • Tutti i contenuti del sito
  • Market Driver: le notizie operative in tempo reale
  • Newsletter e webinar premium
  • MF GPT Piano light di MF GPT (30 crediti/mese)

QUOTIDIANO DIGITALE + SITO + MF GPT*

328,00 € per 1 anno

Abbonati
  • Quotidiano digitale
  • Borsa in tempo reale
  • Magazine (Gentleman, Capital, Class, MFF/MFL)
  • Accesso al The Wall Street Journal
  • Tutti i contenuti del sito
  • Pubblicità non invasiva
  • Newsletter, webinar e analisi esclusive per investire al meglio
  • Market Driver: le notizie operative in tempo reale
  • MF GPT Risposte basate su fonti certificate 'Class Editori'
  • MF GPT Notizie e tendenze dei mercati
  • MF GPT Analisi di società e settori
  • MF GPT Grafici interattivi
  • MF GPT Report e notifiche personalizzate
  • MF GPT Archivio di Milano Finanza