Mentre si alternano rialzi e ricadute nelle Borse in relazione all'andamento del conflitto innescato con l'attacco israelo - americano all'Iran, l'attenzione comincia a spostarsi sulle previsioni delle decisioni che potrebbero adottare la Federal Reserve, la quale riunirà il Comitato monetario il 17 e 18 marzo, e la Bce, il cui Consiglio direttivo è convocato per il giorno seguente, il 19.
C'è quasi una settimana di tempo per valutare l'evoluzione del conflitto e i suoi impatti sull'economia e la finanza. Se la guerra continuerà senza prospettive di de-escalation e, nel frattempo, non sarà stato messo a punto nell'Unione un organico piano anti crisi, allora potrebbe accadere che la politica monetaria finisca per avere il compito maggiore di rispondere all'inflazione eventualmente in salita, in conseguenza dell'aumento dei prezzi del petrolio e del gas.
In occasione dell'ultima crisi energetica, nel 2022, incrociatasi con il Covid e, poi, con l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, la Bce persistentemente riteneva che il correlato aumento dell'inflazione fosse transitorio: dunque, non era necessaria alcuna misura monetaria perché il fenomeno era destinato a rientrare.
Tuttavia, per mesi veniva sottolineata la transitorietà e, nel contempo, non solo non si verificava il preannunciato riassorbimento dei maggiori livelli di inflazione, ma questi ultimi continuavano a salire, mentre la presidente della Bce, Christine Lagarde continuava a insistere sulla presunta transitorietà.
Alla fine, rilevato il grave errore con ciò che costò all'economia dell'area, la Lagarde chiese scusa per quello che si poteva considerare un dannoso abbaglio perché poi costrinse a una sia pur moderata stretta, dopo la quale - bloccata l'inflazione - è stata avviata una riduzione del costo del denaro. Questo, a livello ufficiale, ora si aggira intorno al 2%, con l'inflazione anch'essa intorno a questa percentuale, il che sancisce il conseguimento della stabilità dei prezzi, raggiunta la quale scatta l'obbligo per la Bce di sostenere l'economia dell'area.
Ma ora che si profila il rischio di un aumento dell'inflazione, pur sperando che ciò non accada, e ci si ricorda della lezione ricevuta in corpore vili per la tardività con la quale si reagì all'aumento di cui si è detto, non è da escludere che si possa considerare chiusa la fase delle riduzioni dei tassi e si cominci a pensare a un loro aumento che, però, costituirebbe oggi un macigno sull'economia e potrebbe contribuire, se la guerra dovesse continuare per lungo tempo, al rischio che si affermi una stagflazione. Già c'è chi prevede un aumento dei tassi di riferimento di 25/50 punti base nell'anno.
È, comunque, interessante che la riunione del Direttivo della Bce sia preceduta, come si è visto, dalla seduta della Fed che nei mesi scorsi appariva non lontana da un ulteriore allentamento monetario.
Da ciò discende l'esigenza che l'Unione, alla stregua di quel che fu fatto nel 2022 e, in Italia, nel 1973 nonché nel 1979, metta a punto un piano per fronteggiare, per la parte di competenza, la crisi energetica con interventi riguardanti i fornitori, forme di debito comune, al limite, anche allentando il Patto di stabilità, data l'eccezionalità delle circostanze.
Non bisogna di certo attendere il pieno dell'emergenza per poi decidere l'azione di contrasto. D'altro canto, la Bce non può essere chiamata a un'azione di surroga. È come con l'utilizzo di una corda: è facile tirare e restringere, molto meno lo è imprimere una spinta propulsiva. Non poco può fare una Banca centrale, ma non tutto. (riproduzione riservata)