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Oreste Pollicino
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L’Unione Europea ora punta a una regolazione più dinamica dell’intelligenza artificiale

di Oreste Pollicino* e Federica Paolucci**
22 aprile 2026, 02:00 Ultimo aggiornamento: 07:07

Il rapido intervento sul Digital Omnibus evidenzia la necessità di un modello regolatorio più dinamico, ma rischia di compromettere la certezza del diritto, fondamentale per le imprese nel settore dell'intelligenza artificiale

Il dibattito attorno al Digital Omnibus, il pacchetto di modifiche che interviene sull’AI Act, segna un passaggio cruciale nella regolazione europea dell’intelligenza artificiale. A meno di due anni dall’approvazione del Regolamento Ue 2024/1689 l’Unione si trova già a rimettere mano al proprio impianto normativo nel tentativo di conciliare ambizione regolatoria, fattibilità tecnica e sostenibilità per il mercato. L’obiettivo è la semplificazione; il rischio, sempre più evidente, è una transizione verso una regolazione instabile, in continua revisione.

Il calendario piuttosto serrato segnerà un punto di svolta nelle prossime giornate. Difatti dopo il voto del Parlamento Europeo del 26 marzo il negoziato interistituzionale è entrato nella fase decisiva: il trilogo tra Parlamento, Consiglio e Commissione dovrebbe chiudersi entro il 28 aprile con l’entrata in vigore delle modifiche già ad agosto.

Dietro questa accelerazione c’è una pressione politica precisa: evitare che gli obblighi più onerosi dell’AI Act, in particolare quelli sui sistemi ad alto rischio, scattino senza che imprese e amministrazioni siano pronte e senza che la Commissione Europea abbia approntato il numeroso elenco di linee guida annunciate nell’Explanatory Memorandum di accompagnamento alla proposta di Digital Omnibus sull’AI.

Le cinque questioni aperte del Digital Omnibus

Nonostante una convergenza crescente cinque questioni restano sul tavolo negoziale e saranno da monitorare nelle prossime giornate di negoziazioni.

La prima riguarda il divieto di sexual deepfakes. La direzione è chiara: vietare i contenuti sessualmente espliciti generati senza consenso, soprattutto in assenza di adeguate misure di sicurezza. Ma il punto giuridico è delicato: non si vieta la tecnologia in sé bensì l’uso e la mancanza di safeguards. Una scelta che conferma l’approccio europeo basato sul rischio, ma che apre interrogativi rispetto all’enforcement di questo obbligo.

Il secondo nodo è l’interazione tra AI Act e normativa settoriale. La classificazione dei sistemi ad alto rischio resta uno dei punti più controversi: chiarire quando prevale la disciplina settoriale (ad esempio macchine o dispositivi) e quando si applicano gli obblighi orizzontali dell’AI Act non è semplice. Qui si gioca una partita tecnica ma con effetti concreti su compliance e responsabilità.

Terzo, e forse più sensibile, è il tema della governance. L’Omnibus rafforza il ruolo dell’AI Office, in seno alla Commissione, attribuendogli poteri diretti su alcuni sistemi, in particolare quelli basati su modelli general-purpose. Tuttavia molti Stati membri resistono a una centralizzazione piena e chiedono di preservare spazi di intervento per le autorità nazionali. Il risultato è un equilibrio ancora instabile tra accentramento e decentramento dei poteri di enforcement.

La stratificazione normativa e la mancanza di certezza

A questi si aggiungono due questioni apparentemente più tecniche ma altrettanto rilevanti: i periodi transitori per l’adeguamento (con divergenze tra chi vuole accelerare e chi chiede più tempo) e le tempistiche per l’istituzione dei sandbox regolatori nazionali, che alcuni Stati vorrebbero rinviare al 2027.

Al di là dei singoli dossier l’Omnibus pone una questione più profonda. L’AI Act era stato concepito come un regolamento completo, fondato su un’architettura stabile e su un equilibrio tra hard law e standard tecnici nell’egida della regolazione del prodotto.

Intervenire così rapidamente sul testo segnala che questo equilibrio non ha retto alla prova della realtà, con modifiche che peraltro in larga parte non riguardano il rapido avanzamento della tecnica quanto piuttosto una necessità di modificare l’impianto regolatorio e di governance. Si sta affermando, in altre parole, un modello diverso: una regolazione più dinamica ma anche più dipendente da atti successivi, linee guida e aggiustamenti continui. Un modello che può essere più adattivo ma che rischia di ridurre la certezza del diritto, elemento essenziale per gli operatori economici.

Più che una semplificazione, dunque, l’Omnibus appare come una fase di transizione. E forse l’inizio di una stagione in cui la regolazione dell’AI sarà meno relegata a una sola legge ma sarà piuttosto caratterizzata da un processo continuo. (riproduzione riservata)

*professore ordinario all’Università Bocconi e fondatore e managing partner Pollicino AIdvisory

**assegnista di ricerca all’Università Bocconi



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