I partner commerciali dell’Ue sono sempre meno democratici, nonostante l’Unione sia vincolata a una politica commerciale basata su valori come il rispetto dei diritti umani, gli elevati standard lavorativi e la giustizia sociale. È quanto emerge da una ricerca pubblicata dalla Bce.
Gli autori Claudia Marchini e Alexander Popov hanno sottolineato: «Nonostante gli impegni presi, l’Ue sta commerciando sempre più con Paesi governati da autocrati e dittatori. Solo di recente abbiamo assistito a un’interruzione di questa tendenza», soprattutto per effetto delle sanzioni alla Russia.
Per valutare il fenomeno è stato sviluppato un indice del commercio ponderato per la democrazia degli Stati (Dwti nell’acronimo inglese). L’indice è stato costruito considerando le importazioni di 15 Paesi Ue (quelli che da fanno parte dell’Unione da più tempo).
L’import è stato poi ponderato in base al Liberal Democracy Index che misura lo status democratico dei Paesi e considera aspetti come le libertà civili e lo stato di diritto. Un valore più alto indica partner più democratici. Per esempio Norvegia, Svizzera hanno un valore di 0,8, mentre Cina, Afghanistan e Arabia Saudita di 0,1.
Nella prima parte del periodo analizzato, cioè tra il 1985 e il 1999, il punteggio dell’indice per l’Ue è migliorato in misura significativa per effetto della democratizzazione nell’Europa orientale, in America Latina e nell’Asia orientale. Il Dwti ha così raggiunto nel 1999 un massimo di 0,59 (come se tutte le importazioni fossero provenute dall’India, all’epoca una democrazia consolidata).
Tuttavia tra il 1999 e il 2022 il punteggio Dwti dell’Ue è diminuito gradualmente di circa un terzo, raggiungendo un minimo storico di 0,41 nel 2022. Questo dato aggregato è paragonabile a una situazione in cui metà delle importazioni proviene dal Canada, ma l’altra metà dalla Turchia. Questo sviluppo è stato simile in tutti gli Stati europei: in altri termini, come osserva la ricerca, «le democrazie europee mature sono diventate meno propense a evitare partner commerciali autocratici negli ultimi 25 anni».
Come si spiega il declino dell’indice? La ricerca ha evidenziato che la flessione non dipende solo dalla crescita delle importazioni dalla Cina, che oggi rappresenta un quinto dell’import nell’Ue ed è al 172esimo posto per punteggio democratico su 179 Paesi totali. Il calo del Dwti si osserva anche escludendo la Cina. Inoltre l’analisi ha evidenziato che nel periodo considerato non c’è stato un declino democratico globale: al contrario c’è stato un miglioramento del valore mediano.
Gli economisti hanno così individuato due ragioni principali, in due fasi distinte. L’indice Dwti è sceso tra il 1999 e il 2012 perché l’Ue ha davvero scelto partner meno democratici in quegli anni. Dopo il 2012 invece l’Unione Europea ha commerciato con gli stessi Paesi che però sono diventati sempre meno democratici.
L’analisi ha indicato tre principali sfide legate ai risultati. La prima è reputazionale: la scelta dei partner commerciali è «incoerente» con i valori dichiarati dall’Ue.
In secondo luogo, «la politica di "commerciare con i dittatori" equivale a generare profitti per regimi che spesso hanno un’esplicita agenda espansionistica e militaristica, e l’aumento del rischio geopolitico ha implicazioni per tutti gli aspetti dell’ordine economico globale». Questo può trasformarsi in una «sfida esistenziale» per l’Ue, secondo la ricerca.
La terza sfida riguarda infine la transizione verde perché «le attuali tecnologie a basse emissioni di carbonio si basano su una serie di terre rare, tipicamente presenti nei Paesi con regimi autocratici».
Sulla base di questo scenario, l’analisi conclude: «L’Europa si trova ad affrontare una sfida senza precedenti per proteggere le catene di approvvigionamento. Prestare maggiore attenzione ai partner commerciali sarebbe coerente con i principi a cui ci siamo vincolati e con una buona politica economica». (riproduzione riservata)