Dopo il tanto atteso taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve il 18 settembre, il Gold future (con scadenza dicembre 2024) ha aggiornato i suoi massimi storici a 2.627 dollari all’oncia, per poi stabilizzarsi poco sopra la soglia dei 2.600 dollari nella mattina del 19 settembre. Con l’avvio di questo ciclo di politica monetaria espansiva, spiega Oliver Taylor, multi-asset fund manager di Schroders, «la relazione negativa tra rendimenti reali e oro si riaffermerà. I rendimenti reali dovrebbero scendere e l'attrattiva relativa dell'oro porterà a una ripresa della domanda».
Il rapporto inverso tra rendimenti e il prezzo dell’oro è una tendenza che ha caratterizzato il mercato del metallo giallo negli ultimi 15-20 anni, con la sua emergenza come bene d’investimento speculativo, e che si è affermata in particolare in seguito alla crisi finanziaria globale del 2008. Recentemente, però, elementi geopolitici e altri fattori oltre le tipiche dinamiche di mercato hanno interrotto questa relazione negativa. Ad innescare la rottura è stato in particolare il conflitto tra Russia e Ucraina e le sanzioni imposte agli asset russi dal governo statunitense che «hanno spinto molte altre economie a valutare il rischio di detenere riserve in dollari e ha incentivato un'accelerazione degli acquisti di oro da parte delle banche centrali», evidenzia Taylor.
Oltre alle svolte nelle politiche monetarie delle banche centrali già in corso, ci sono altri fattori rilevanti che potrebbero influenzare il prezzo dell'oro nel prossimo futuro, secondo gli esperti a Schroders.
In primis, a spingere l’oro ci sono i timori sul rischio di deprezzamento delle valute, soprattutto sulla moneta di riserva per molti paesi, il dollaro statunitense. «ll governo statunitense è in forte deficit e i timori di una politica fiscale più espansiva potrebbero peggiorare la situazione», afferma Taylor. «Un’economia emergente che storicamente si è affidata al dollaro potrebbe cercare delle alternative».
Inoltre, spiega l’esperto, visto che la banconota verde è anche la valuta di riferimento dell’oro, «se le banche centrali mondiali iniziassero a sganciarsi dalla politica della Fed, potrebbero crearsi dei differenziali sui tassi d’interesse, che potrebbero generare significativi movimenti valutari, i quali possono, a loro volta, influenzare il prezzo dell’oro».
Nell’ultimo periodo, infatti, la domanda delle banche centrali, particolarmente quella della Cina, è stata il principale driver del prezzo del lingotto, a fronte di una diminuzione negli acquisti dall’Occidente. Sebbene l’accumulo da parte della banca centrale cinese si sia interrotto a maggio, «non dovrebbe sconvolgere più di tanto la tendenza generale», sostengono gli esperti, considerando non solo l’entrata di «altri attori importanti, come la Turchia e i Paesi del Medio Oriente», ma anche il fatto che «il malessere generale dei mercati cinesi onshore non ha lasciato agli investitori nazionali alternative migliori se non gli acquisti di oro». Infatti, la «domanda delle famiglie cinesi di Etf sull’oro ha registrato una crescita significativa dei patrimoni gestiti, il che implica una forte crescita sul mercato fisico».
Infine, si presume che il perdurare di fattori geopolitici, come il conflitto in Europa orientale e le tensioni in Medio Oriente, continueranno a rendere l'oro più interessante come bene rifugio per gli investitori, anche più del dollaro. (riproduzione riservata)