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L’ombra dell’ipo Aramco sul meeting dell’Opec
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L’Arabia Saudita ha bisogno di prezzi del petrolio alti per evitare il flop del supercollocamento in borsa, in programma nel 2018

L’ombra dell’ipo Aramco sul meeting dell’Opec

di Summer Said, Benoît Faucon e Sarah McFarlane - traduzione di Giorgia Crespi
MF - Numero 101 pag. 5 del 25/05/2017

L’Arabia Saudita spinge l’Opec e gli altri grandi produttori di petrolio, oggi riuniti a Vienna, a estendere i tagli alla produzione per altri nove mesi, cosa insolita per l’Opec, che si riunisce in genere due volte l’anno e stipula accordi di sei mesi. Motivo? Secondo i bene informati il fulcro sarebbero i tempi del supercollocamento di Saudi Arabian Oil Co (Aramco). I sauditi chiedono prezzi più alti nel 2018 per sostenere l’ipo della compagnia statale. L’offerta iniziale del 5%, il prossimo anno, è descritta come la più grande della storia, essendo Aramco valutata più di 2 mila miliardi di dollari. Ma la cifra dipenderà dal prezzo del petrolio, che deve ancora riprendersi dal crollo del 2014. I ministri dei 13 Paesi Opec accorsi a Vienna si dicono d’accordo con i sauditi sulla proroga di nove mesi dei tagli alla produzione decisi il dicembre scorso al fine di ridurre del 2% la produzione mondiale riportando in parte l’offerta in linea con la domanda.

Il ministro dell’Energia ecuadoregno Carlos Perez ha riferito che la maggior parte dei membri Opec sostiene un’estensione di nove mesi dei tagli ai livelli attuali. La Russia, maggior produttore non-Opec coinvolto, sosterrà la proroga. «Sosterremo la maggioranza», ha anticipato Perez. Martedì il Brent è salito per il quinto giorno consecutivo, dello 0,2% a 53,96 dollari sull’onda dell’ottimismo circa l’esito delle trattative. I sauditi tentano di far salire il petrolio dal gennaio 2016, quando i prezzi hanno toccato il minimo da 12 anni scendendo sotto i 28 dollari al barile. In quei giorni il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman annunciò l’ipo di Aramco. L’entourage saudita vorrebbe portare il greggio sopra i 60 dollari. In realtà, secondo Bjarne Schieldrop, analista presso la banca svedese Seb, gli arabi avrebbero bisogno di prezzi ben più alti: fino a 80 dollari quest’anno e 75 nel 2018. «È fondamentale per bin Salman», ha detto Schieldrop. «L’ipo deve essere un successo perché la posta in gioco è alta per lui. Il petrolio non sarà a 50 dollari per tanto tempo», ha aggiunto.

La scorsa settimana Mosca ha rilasciato una rara dichiarazione congiunta con i sauditi, in cui chiede la proroga di nove mesi. Nel 2018 il presidente Vladimir Putin andrà alle elezioni con un bilancio limitato dai bassi prezzi del petrolio, spiega Robert McNally, presidente della società di consulenza The Rapidan Group. «Se tornasse a una politica guidata dalle quote di mercato, i prezzi crollerebbero a 30 dollari», dichiara McNally. Secondo un’indagine Wall Street Journal tra 14 banche d’investimento, quest’anno il Brent sarà in media a 57 dollari al barile, e l’anno prossimo salirà a 62 dollari per toccare i 65 nel 2019. I nove mesi di proroga inoltre limiterebbero l’output Opec in inverno, quando la domanda di solito cala. L’Arabia Saudita è il membro più influente del cartello, ma non sempre ottiene quanto vuole. Nel 2011 voleva l’aumento della produzione per compensare le interruzioni in Libia. L’ostacolo fu l’Iran, che puntava sui rincari legati agli eventi in Libia. Il ministro saudita Ali al-Naimi se ne andò infuriato, definendolo «l’incontro peggiore». Le pressione al taglio alla produzione per agevolare l’ipo di Aramco è questione delicata anche per Riyad. Non tutte le parti in causa sono disposte a ridurre l’output mentre i prezzi risalgono. L’Iraq ha già detto no, così il ministro dell’Economia saudita Khalid al-Falih lunedì si è precipitato a Baghdad. Indiscrezioni riportano che al meeting odierno l’Opec vaglierà tre proposte: rinnovo dell’accordo per sei, nove o 12 mesi.

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(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

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