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L’incertezza vale oro
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L’incertezza vale oro

di Ira Iosebashvili e Amrith Ramkumar
Milano Finanza - Numero 167 pag. 15 del 26/08/2017

Per la prima volta in sei anni il metallo prezioso sta salendo più velocemente dello S&P 500 (+12% contro +9% nel 2016). Ma non è detto sia un segnale negativo per le azioni

L’oro è sulla buona strada per sovraperformare il mercato azionario per la prima volta dal 2011, mettendo in luce l’incertezza che ha accompagnato i guadagni macinati quest’anno dalle borse. Nonostante una stagione ricca di solidi utili societari abbia alimentato la scalata dei titoli azionari a nuovi massimi, gli investitori si concentrano sempre più su una serie di problemi che minacciano di far deragliare il rally.


Molti temono per l’imminente negoziazione sull’innalzamento del tetto di debito negli Stati Uniti, evento che ha fatto irritare i mercati negli anni precedenti. Il fallimento del tempestivo innalzamento del limite di debito negli Stati Uniti potrebbe provocare una revisione del rating per il Paese, che ora si attesta al livello massimo possibile, ha avvertito mercoledì scorso Fitch Ratings. Altra fonte di nervosismo è il periodo di discontinuità di oltre un mese sperimentato dai dati economici statunitensi, che secondo alcuni potrebbero comprimere gli utili societari. I recenti rapporti mostrano alcune metriche stabili, come l’occupazione, mentre il manifatturiero vacilla e la domanda di posti nel settore auto


è in rapida caduta. Il rally del mercato azionario che non ha avuto un pullback significativo in 19 mesi ha amplificato le preoccupazioni che la correzione possa essere repentina e acuta, soprattutto viste le valutazioni di molti comparti intorno ai massimi storici.


In realtà correzione non c’è stata ma l’ansia ha contribuito a spingere il prezzo dell’oro, destinazione preferita per gli investitori convinti che il metallo mantenga il valore meglio di altri asset quando i mercati diventano burrascosi. Quest’anno l’oro con consegna ad agosto è migliorato del 12,1% a 1.288,90 dollari l’oncia, mentre lo S&P è in rialzo del 9,2%. Anche altri indicatori dell’agitazione degli investitori, come lo yen, il franco svizzero e il Cboe Volatility Index sono saliti nelle ultime settimane. «Si ha la sensazione che sotto l’apparenza, un certo livello di inquietudine stia penetrando nel mercato in generale», afferma David Rosenberg, chief economist di Gluskin Sheff & Associates.


L’interesse speculativo nell’oro è più positivo nelle ultime settimane. Le puntate nette dei fondi hedge e di altri speculatori su una salita dell’oro si attestavano a 179.537 contratti per la settimana conclusa il 15 agosto, il più alto livello dalla settimana del 4 ottobre 2016 (dati Commodity Futures Trading Commission). Una buona parte dell’acquisto arriva dagli investitori convinti che la Federal Reserve quest’anno non alzerà i tassi una terza volta, soprattutto in quanto sprofondano le speranze che la Casa Bianca dia presto seguito alle promesse di incentivazione sul piano fiscale e alla spesa per le infrastrutture. Le aspettative di tassi più bassi sono una manna per l’oro, che fatica a competere con gli investimenti a rendimento quando crescono gli oneri finanziari. «La percezione è che senza riforme fiscali negli Stati Uniti la Fed sarà seriamente limitata nell’avanzamento del processo di normalizzazione dei tassi», ha spiega Peter Hug, direttore commerciale globale di Kitco Metals.


Anche il dollaro più debole ha agevolato l’oro, che è nominato nella valuta statunitense e così diventa più conveniente per gli investitori esteri. Il Wall Street Journal Dollar Index, che raffronta il biglietto verde con un paniere di altre 16 monete, quest’anno è in ribasso di oltre il 7%.
Il fatto che l’oro sovraperformi il mercato azionario non è di per sé un fenomeno insolito. Stando a Wsj Market Data Group, i future sull’oro del New York Mercantile Exchange sono cresciuti, o calati, meno rispetto alle azioni in 13 dei 27 anni che ci separano dal 1990. Ma un più rapido incremento è diventato una rarità durante il mercato toro post-crisi che ha avuto inizio nel 2009. Ciò riflette sia la salita costante degli indici azionari statunitensi sia gli ampi guadagni annui che il metallo ha segnato alla vigilia della crisi finanziaria e le sue relative conseguenze. Questi guadagni ne hanno reso la quotazione vulnerabile al declino mentre la crescita economica si risollevava.


L’ultima volta che il metallo giallo ha superato l’azionario statunitense era il 2011: lo S&P era piatto, segnato dal downgrade in agosto degli Usa e dall’inizio della fase acuta nella crisi dell’euro. Quell’anno l’oro è aumentato del 10%. Erano mesi di grandi tensioni sui mercati. Appena due anni dopo la fine della crisi finanziaria, l’Europa lottava con crescenti preoccupazioni sulle prospettive di crescita e sulle posizioni del debito di molte nazioni. Nel frattempo, una disordinata politica statunitense stava mettendo gli investitori di fronte a paure una volta impensabili: la nazione più ricca del mondo rischiava il default nel bel mezzo di una controversia sull’innalzamento del tetto di debito. Lo stesso timore riecheggia oggi nelle parole del segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, che lunedì scorso ha avvertito che «i suoi magici super poteri al Tesoro», che consentono al governo di risparmiare e di evitare l’emissione di nuovo debito, si esauriranno alla fine di settembre.


Ma le altre stagioni di grandi guadagni nel mercato azionario e con l’oro non hanno necessariamente preannunciato cattive notizie per il mercato. Nel bel mezzo della ripresa dalla recessione del 2001, lo S&P è salito del 26% e l’oro del 20% nel 2003. Poi, nel 2006, un anno prima che la crisi finanziaria iniziasse a fermentare, lo S&P è salito del 14% e l’oro del 23%. Nel 2009, anno della ripresa dalla crisi, le azioni hanno guadagnato il 23% e l’oro il 24%; e nel 2010 una storia simile: mercato azionario in rialzo del 13% e oro fino al 30%. (riproduzione riservata)


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

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