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L’asincronia delle politiche di Bce e Fed
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L’asincronia delle politiche di Bce e Fed

di Fabrizio Pagani, global head of economics, Muzinich & Co.
17 gennaio 2022, 13:17 Ultimo aggiornamento: 13:22

Analisti e economisti sono divisi tra chi vede l’inflazione come fenomeno transitorio e chi invece ne teme un “team transitory” e “team permanent”. Gli ultimi dati e le dichiarazioni di Powell, chairmain Fed, sul ritiro della parola “transitory” non hanno spento il dibattito

I dati dell’inflazione americana hanno confermato il numero del 7% annuo, un livello che non si vedeva dal 1982. Alla Casa Bianca vi era Ronald Reagan e alla Fed Paul Volcker. Cerchiamo di capire il quadro che ha prodotto questo numero.

Il 2021 è stato un anno di forte ripresa: in tutto il mondo la produzione e l’occupazione sono rimbalzate. Anche in Italia la crescita e’ andata oltre il 6%. Questa ripresa è stata accompagnata da un aumento maggiore del previsto dell’inflazione.

Analisti e economisti sono divisi tra chi vede l’inflazione come fenomeno transitorio e chi invece ne teme un “team transitory” e “team permanent” e perfino gli ultimi dati e le dichiarazioni di Powell, Chairmain Fed, sul ritiro della parola “transitory” non hanno spento il dibattito.

Vale la pena precisare che l’intensità del fenomeno è diversa negli Stati Uniti e nell’Eurozona: nella seconda l’inflazione si e’ fermata al 5% a dicembre. In Italia, peraltro la crescita dei prezzi è stata ancora più lenta, attestandosi al 3,9% a novembre.

Al momento il dibattito sull’inflazione ruota intorno alle cause. Alcuni fattori sono transitori, quali i prezzi dell’energia (+27,5% a novembre nell’Eurozona), i problemi nelle catene del valore e l’aumento nei servizi della logisca: il Container Freight Index è cresciuto di oltre il 200% nel 2021. Proprio in quesi giorni, Enda Curran, corrispondente Bloomberg a Hong Kong, fa notare che l’impatto della variante Omicron non si e’ fatto ancora sentire sulle supply chain cinesi. Una diffusione di Omicron in Cina potrebbe avere nuovi effetti dirompenti, aggravando i colli di bottiglia esistenti.

In generale la pandemia ha creato forti effetti di dislocazione sui mercati, incluso quello del lavoro che induce, assieme alla forte ripresa della domanda, aumenti di prezzi.

D’altro canto, l’elemento che potrebbe rendere l’accelerazione dei prezzi “permanente” risiede nel disancoraggio delle aspettative inflattive a causa del mix di politiche monetarie e fiscali espansive. A questo si aggiungono trend secolari di lungo periodo i cui effetti sull’inflazione sono incerti e talora contraddittori: la transizione energetica, la decrescita demografica, l’innovazione tecnologica.

Secondo la Bce l’inflazione nell’Eurozona sarebbe destinata a rallentare nel medio termine, raggiungendo l’1,8% nel 2023, grazie all’attenuazione degli effetti transitori, alla crescita contenuta dei salari, e alla maggior intensità dei trend secolari deflazionistici. Tuttavia, Isabel Schnabel della Bce ha recentemente sottolineato i rischi inflattivi delle politiche di transizione energetica più aggressive, come l’introduzione di una carbon tax.

L’accelerazione dei prezzi si è già tradotta, a fine 2021, in un progressivo cambio della stance delle politiche monetarie di Fed e Bce. Entrambe le banche centrali hanno annunciato la riduzione, piu’ o meno graduale, dei rispettivi programmi di Quantitative easing messi in campo nel pieno della pandemia. Inoltre, gli analisti prevedono diversi round di aumento dei tassi d’interesse per la Fed, gia’ dalla primavera ’22, mentre piu’ lunga e’ la prospettiva per l’Eurozona.

E’ probabile che l’asincronia delle politiche di Bce e Fed porti volatilità sui mercati obbligazionari, del credito e dei cambi. La Fed – a fronte di un’inflazione maggiore – è più avanti della Bce nel processo di “normalizzazione”: le minutes più recenti suggeriscono che nel 2022, oltre all’aumento dei tassi, il tapering potrebbe trasformarsi in Quantative Tightening.

Il cambiamento delle politiche monetarie potrebbe interessare i conti pubblici italiani. Questi, in salute abbastanza buona grazie al basso costo del debito pubblico (il costo medio della raccolta ha raggiunto nel 2021 il minimo storico per l’Italia pari allo 0,1, e la vita media del debito è salita a 7,2 anni), potrebbero soffrire qualora fossero necessari nuovi ristori o compensazioni per caro vita. Lo Stato dovrebbe finanziare nuovo debito a condizioni peggiori rispetto a quelle che, grazie alla politica monetaria, hanno prevalso negli ultimi due anni. (riproduzione riservata)



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