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Io e Scalfari
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Io e Scalfari

di Sergio Rizzo
14 luglio 2022, 20:22 Ultimo aggiornamento: 20:30

Dopo tutto quello che aveva passato nella sua lunga e incredibile vita, Eugenio Scalfari aveva conservato una curiosità formidabile e il senso continuo della ricerca della notizia

Percorreva appoggiandosi al bastone il corridoio del settimo piano fino alla grande sala dove si faceva la riunione di redazione. Solo per un saluto, diceva Eugenio. E per scambiare qualche parola. Succedeva spesso, considerando che il protagonista della visita aveva già superato i 94 anni e comprensibilmente camminava con fatica. Era il suo modo di esserci ancora, nel giornale che aveva fondato nel 1976 scioccando l’intera stampa quotidiana italiana ancora ottusamente ancorata al mito della Terza pagina, costringendo tutti a rincorrere la nuova grammatica del giornalismo inventata da Repubblica. Il secondo schock, dopo lo scompiglio che qualche anno prima Scalfari aveva portato nel mondo dei settimanali con l’Espresso.

Voleva esserci ancora, nel suo giornale. E non gli bastava l’articolo della domenica, che ci faceva tanto tribolare. Dettava per ore al telefono il pomeriggio del sabato, ed era sempre una sorpresa. Anche per la sua capacità di condividere, discutere, ascoltare. Nei suoi articoli non c’era mai nulla di scontato, che è forse la prima regola del giornalismo intelligente. Almeno così lo ricordo io, che ho avuto con Eugenio Scalfari un rapporto professionale tardivo ma intenso.

Se esistesse il prototipo del giornalista perfetto, Eugenio Scalfari lo incarnava a tutto tondo. Dopo tutto quello che aveva passato nella sua lunga e incredibile vita aveva conservato una curiosità formidabile, e il senso continuo della ricerca della notizia. Gli capitava di sentire al telefono il ministro dell’Interno che gli spifferava qualcosa di interessante, e telefonava al giornale proponendo un pezzo. Nove di sera, a 94 anni suonati. Non un editoriale: un pezzo. Si trattasse di una chiacchierata con Marco Minniti o con Papa Francesco. Non c’era differenza, era una notizia e andava data.

Fedele alla regola che non bisogna mai dare nulla per scontato, era arrivato perfino a rivalutare la figura che per vent’anni era stato l’obiettivo principale di tutte le campagne di Repubblica e dell’Espresso: Silvio Berlusconi. Al tempo del governo gialloverde Cavaliere aveva preso le distanze da Matteo Salvini in piena trance sovranista, impegnato nella sua insensata crociata contro le Ong. Scalfari mi confessò un giorno che in quel panorama politico l’unico che poteva frenare Salvini era proprio Berlusconi. Raccontò che una volta avevano avuto buoni rapporti, poi guastati con la famosa discesa in campo del Cavaliere. E anche se non ci aveva più parlato almeno dal Novantasei, era il momento buono per risentirlo. “Mi sa che lo chiamo”, mi disse. Ho poi saputo che l’ha fatto, ma non se dire se si sono parlati, ed eventualmente quello che si sono detti.

Fra Eugenio Scalfari e mio padre c’erano sei giorni di differenza. Papà era nato il 18 aprile del 1924, Scalfari il 12 aprire. La storia dei segni zodiacali non mi ha mai convinto. Nonostante questo erano due persone con singolari analogie. La più importante, non aver paura di scommettere e di giocarsi il futuro. Un caso che l’abbiano fatto entrambi nel giornalismo, anche se con esiti assai diversi. Papà, poi, se n’è andato a sessant’anni mentre Scalfari ha vissuto ancora a lungo. Nel mio breve rapporto con lui mi è capitato spesso di pensare che persona sarebbe diventato mio padre alla sua età. Avrebbe mantenuto la stessa passione, la medesima forza d’animo, l’identica idea che questo mestiere, il mestiere che per tutti e due era la vita, si fa fino all’ultimo giorno? Perché se è la vita, è con la vita che finisce. Anche per questo ieri non è morto solo un monumento del mestiere che faccio da 44 anni e che anch’io adoro, è come se dal mio album personale fosse scomparsa un’altra fotografia… (riproduzione riservata)



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