Sull’intelligenza artificiale arrivano i miliardi degli sceicchi. Il fondo sovrano dell’Arabia Saudita, Pif, starebbe infatti trattando con la società di venture capital statunitense Andreessen Horowitz, secondo quanto riporta il New York Times, per lanciare un fondo da 40 miliardi di dollari. Una potenza di fuoco che fa impallidire il fondo (non ancora nato ufficialmente) da 1 miliardo di euro annunciato dal governo italiano con Cdp Venture Capital. E che renderebbe l’Arabia Saudita il primo investitore al mondo nel campo dell’AI.
L’iniziativa, che coinvolge anche altri potenziali investitori, sarebbe sotto esame da qualche mese. Contestualmente Andreessen Horowitz starebbe pensando di aprire una sede nella capitale saudita Riad. Al momento, però, i colloqui sarebbero ancora nelle fasi iniziali. Il lancio del fondo da 40 miliardi dovrebbe quindi avvenire nella seconda metà del 2024.
Nel frattempo rappresentanti del governo saudita hanno indicato ai potenziali partner che il Paese è interessato a sostenere una serie di start-up nel campo dell’intelligenza artificiale, compresi produttori di chip e data center. Una mossa che si colloca nella più ampia strategia di diversificazione di Riad che è alla ricerca di fonti di rendimento alternative al petrolio. Il pil dell’Arabia Saudita, secondo i dati del Fondo monetario internazionale, nel 2024 dovrebbe raggiungere i 1.100 miliardi di dollari, tornando al livello del 2022 dopo una contrazione di quasi l’1% nel 2023 (per fare un confronto, il pil dell’Italia si aggira intorno ai 1.800 miliardi di euro, cioè 1.950 miliardi di dollari).
I due partner principali del maxi fondo AI sono dei pesi massimi nel mondo del venture capital. Pif nel 2023 è stato il fondo sovrano che ha investito più di tutti, con 31,5 miliardi distribuiti in 49 operazioni. Andreessen Horowitz, dal canto suo, ha in portafoglio quasi 100 startup legate all’AI, oltre a investimenti in alcune big come Airbnb, Coinbase, Meta e Slack.
L’Arabia Saudita non è il primo Paese a mettere i petro-dollari al servizio dell’AI. Anche gli Emirati Arabi, ad esempio, stanno facendo scouting di startup tech innovative. Il private office Seed Group, legato alla famiglia reale di Dubai, ha una quarantina di partecipazioni in startup di tutto il mondo. Tra cui anche una italiana: Datrix, società quotata a Piazza Affari, sul segmento Egm, che si occupa di intelligenza artificiale.
In più, di recente il ceo di OpenAI, Sam Altman, ha proposto proprio gli Emirati Arabi come guida, una sorta di «sandbox normativa» globale, per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale nel mondo. Ma non si è fermato alle parole: secondo il Wall Street Jornal, Altman starebbe trattando con alcuni investitori emiratini per un piano da 5-7 miliardi di dollari nel campo dei chip avanzati, quelli di cui l’AI ha bisogno per funzionare.
L’Unione Europea è stata la prima al mondo a varare una legislazione complessiva sull’AI – l’AI Act da poco approvato in via definitiva dal Parlamento Ue – ma sulle risorse soffre la concorrenza. «Il contesto appena descritto fa capire che l’Europa, che pure è stata pioniera nella regolamentazione del fenomeno, rischia tuttavia di perdere la partita più importante sull’intelligenza artificiale: quella della ricerca e dell'innovazione», commenta Andrea De Micheli, presidente di Web 3 Alliance. «Se anche l’Arabia Saudita, che ha 36 milioni di abitanti e meno di un trilione di pil, mette in campo risorse enormi in sinergia con investitori americani, una sudditanza di conoscenza per l’Europa rischia di essere concreta. L’Europa, infatti, ha 450 milioni di abitanti e 16 trilioni di PIL, e dovrebbe quindi avere molte più risorse da mettere in campo».
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