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In Israele adesso la tempesta è perfetta
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In Israele adesso la tempesta è perfetta

di Alessandro Minuto Rizzo
Milano Finanza - Numero 100 pag. 23 del 22/05/2021

Siamo tutti esterrefatti e presi di sorpresa da questa valanga di fuoco, questa violenza assoluta che vediamo e sentiamo venire dal Medio Oriente. Una tempesta perfetta che non si capisce come possa finire e soprattutto quali saranno le sue conseguenze nel tempo. In casi come questo le analisi sono difficili perché sovrastate dalle emozioni. Ancora di più dalla spinta istintiva a schierarsi, in una crisi che parte da lontano e si snoda periodicamente secondo modalità di violenza e distruzione.
Dire che Israele ha diritto di esistere in sicurezza e in pace è un’ovvietà che è inutile ripetere. Che il popolo palestinese abbia diritto a uno Stato o comunque a una sua autonoma forma di governo è altrettanto ovvio.
Ma ogni volta scopriamo che ciò vuol dir poco in termini concreti. I fatti sono provocati da interessi di parte e i comportamenti sono frequentemente irrazionali. Si ha l’impressione che l’intelligenza politica sia modesta un po’ da tutte le parti.
Sembra lontano il tempo del processo di Oslo, delle foto alla Casa Bianca con i leader israeliani e palestinesi insieme. Rabin, Peres e Arafat appartengono a un’altra epoca.
Per capire meglio conviene guardare alla situazione in un contesto più completo perché non vi è dubbio che vi siano molti angoli da cui viene la crisi.
Il quadro internazionale innanzi tutto! Inaspettatamente, la crisi di Gaza avviene in momento in cui la comunità internazionale sembra lontana e non coinvolta nello scoppio delle violenze.
La nuova amministrazione americana è in pieno rodaggio e deve ancora prendere le misure su vari terreni, compreso quello medio-orientale. Il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme era una misura simbolica e in realtà non sposta niente. Quello che può cambiare è il livello di appoggio ad Israele, che era prima assoluto e dove Biden sembra riprendere le vecchie tradizioni delle amministrazioni democratiche. Si dice, ma va verificato, che la sinistra di Sanders (lui stesso ebreo) desideri una maggiore presa di distanza da Israele.
Al di là di questo la presidenza Biden, seguendo una linea partita con Obama e accentuata da Trump, cerca un disimpegno dal Medio Oriente dove non ci sono più interessi vitali, dove si sono spese troppe risorse e vite umane con risultati effimeri. Ad esempio con la conseguenza di avere allineato l’Iraq, ormai con un governo sciita, con l’Iran.
La crisi di Gaza, vista da Washington, viene nel momento sbagliato e la sua influenza sugli eventi modesta. Se prendiamo l’Unione Europea le cose non vanno meglio. A Bruxelles vi è evidente imbarazzo e si esita a prendere posizione. L’Alto Rappresentante Borrell fa dichiarazioni diplomatiche dove si pesano le parole, mentre la Presidente della Commissione accusa cautamente Hamas, ma non va molto oltre. Chiaro che l’Europa ha perso influenza nella regione e non ha mezzi di pressione. Appoggia formalmente Israele, ma non sa bene cosa fare dal punto di vista operativo.
La Russia ha una posizione speciale perché ha un’influenza culturale in Israele dove il russo è la seconda lingua per il gran numero di emigrati. Ha però forti interessi nel mondo arabo a cui non vuole dispiacere. Ricordiamo l’appoggio determinante ad Assad in Siria e la sua pesante presenza nella Libia frammentata di oggi.
La Turchia di Erdogan ha invece un ruolo attivo. Ankara aspira da sempre a un ruolo di primo piano in quello che era l’Impero ottomano. Dopo la caduta del governo Morsi in Egitto, si è schierata con la Fratellanza Musulmana, non ha rapporti con i militari egiziani e conta sulle risorse del Qatar.
Quest’ultimo è saldamente nell’orbita di Ankara dopo l’infelice tentativo del principe ereditario saudita di isolare il paese dai vicini del Golfo. Il tentativo è fallito, per cui recentemente si è arrivati ad una ricomposizione di forma.
Dicevamo che la crisi è arrivata inaspettata, in un momento in cui sembrava che il problema fra Israele e Palestinesi fosse ormai passato in secondo piano. In effetti nell’ultimo anno vi erano stati sviluppi di rilievo nella regione araba intorno al Golfo, promossi dagli Stati Uniti e diretti a una ricomposizione del mondo sunnita intorno a un parallelo riconoscimento di Israele. Ultima conseguenza ne è l’inedito riavvicinamento fra Arabia Saudita e Iran. Il giudizio politico prevalente era quindi che per la maggioranza degli arabi la questione palestinese fosse diventata secondaria.
Ecco allora che l’attuale crisi rappresenta un dramma in termini etici oltre che politici. Il primo ministro d’Israele comunque beneficia del conflitto perché si può presentare come salvatore della patria. Stava per cedere la direzione del governo e anche questo non passa inosservato.
La verità è che Israele ha una schiacciante superiorità nella regione. Con l’andare del tempo si è staccata sempre più dai vicini e li sovrasta in termini economici, tecnologici e militari. Una presenza di cui non si può fare a meno e che può essere utile ai paesi arabi in più settori. Netanyahu lo sa bene e si è spinto fino a far visita al Sultano dell’Oman accompagnato dalla moglie.
Vi è una accesa discussione sull’origine della crisi in corso, dove si verificano scontri senza precedenti all’interno di Israele nelle città in cui convivono arabi ed ebrei. Uno sviluppo grave e in controtendenza rispetto alla crescente partecipazione della popolazione araba, negli ultimi anni, alla vita della nazione ebraica. Tanto che nelle ultime settimane si parlava dell’ingresso di un piccolo partito arabo nel governo post-Netanyahu.
Si pensa che un fattore iniziale scatenante sia stata la scarsa avvertenza della polizia israeliana durante il mese sacro del Ramadan: facendo irruzione nella Grande Moschea, vietando l’uso degli altoparlanti per la preghiera, limitando l’accesso dei fedeli. In passato vi erano già stati episodi di questo tipo con conseguenti reazioni. Si può dire che le autorità di polizia dovrebbero essere più attente alle legittime tradizioni di fede degli arabi. Niente può creare reazioni violente più che ledere identità così forti.
Non vi è un collegamento diretto con l’offensiva su larga scala di Hamas, la quale non è giustificabile. Era chiaro fin dall’inizio, e i dirigenti di Hamas non potevano non prevederlo, che Israele avrebbe reagito in modo pesante, come del resto era avvenuto nella crisi del 2014. Altrettanto chiaro è che l’ assoluta superiorità militare avrebbe causato perdite senza precedenti nella popolazione civile, compreso un enorme numero di innocenti.
Se voleva dimostrare di possedere la forza, Hamas ha commesso un grosso errore. La pioggia di razzi lanciata su Israele ha avuto inizialmente un effetto spettacolare. Se guardiamo però ai risultati, vediamo che la loro grande maggioranza è stata intercettata da sistemi tecnologici di difesa avanzati e supportati dall’intelligenza artificiale. Le perdite umane sono in conclusione ridotte, mentre l’effetto psicologico è stato enorme, giustificando così una reazione e una rappresaglia senza precedenti.
Passata questa fase in cui hanno prevalso le emozioni più forti, è giunto il momento di tornare al silenzio delle armi e per Israele di non eccedere nella reazione, perché non vi è niente da dimostrare e Gaza non può essere punita oltre una ragionevole misura. Significativa la protesta dell’Associated Press per la distruzione del palazzo della sua sede.
La cronaca e la valutazione sui fatti finiscono qui! Il grande tema è quello del futuro!
L’obiettivo dei due Stati sembra francamente irraggiungibile. Per inciso, ricordiamo che negli ultimi anni a Gerusalemme si è discussa seriamente l’annessione della Cisgiordania ad Israele. È arrivato il momento di guardare alla società palestinese, chiaramente in grave difficoltà dal punto di vista politico, anche sotto l’aspetto economico ed umanitario. Le condizioni economiche erano e sono modeste, con un livello di vita incomparabile a quello israeliano. Ovvio che la frustrazione sia ovunque. Esempio recente: la discussione sulla distribuzione tardiva di vaccini anti covid nella West Bank.
Queste osservazioni trovano spazio nella parte più sensibile della società israeliana. Una conclusione non può essere solo il pessimismo. Non vi è nulla di irraggiungibile nella vita degli uomini.
A questo punto è impossibile proporre una formula politica. Però è possibile ragionare in buona fede su come dare a tutti delle opportunità e lavorare nel concreto, anche dal basso. Su come far convivere popoli che la storia recente ha messo l’uno contro l’altro, ma che nel profondo condividono molte cose, oltre che la stessa terra. (riproduzione riservata)



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