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Antonio Patuelli
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Il Tub diventi una legge europea. Parla Antonio Patuelli: quelle norme del 1993 sono state la chiave di volta nel settore bancario

22 aprile 2024, 02:34 Ultimo aggiornamento: 23 aprile 2024, 14:34

Intervista al presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, in occasione dei 35 anni di MF: le banche italiane hanno percorso una lunga strada liberandosi del controllo della politica. La Vigilanza Bce ha accentuato l’indipendenza degli istituti. Finita l’era dei debitori di riferimento | Così nacquero le inchieste su finanza, banche e borsa: intervista a Francesco Greco, ex procuratore della Repubblica di Milano

Antonio Patuelli ha un dono: è insieme banchiere, ex politico («ex, mi raccomando!»), storico e giornalista. Così il presidente dell’Abi riesce a condensare in poche battute un tema complesso come il rapporto banche-politica in un arco di tempo che va dall’apogeo della prima repubblica da oggi. E se deve individuare un momento chiave per l’evoluzione del sistema bancario, lo trova nel varo del Testo Unico Bancario (Tub) nel 1993. Da lì discende quello che è accaduto fino a oggi, secondo Patuelli. Un testo talmente ben congegnato che «dovrebbe diventare il testo-base di un testo unico bancario europeo», è l’invito del numero uno dell’associazione dei banchieri.

Domanda. Partiamo da 35 anni fa, dal 1989: Qual era allora il rapporto banche-politica? Quanto la politica incideva sulla linea delle banche, sulla governance e - di conseguenza - anche sul business?

Risposta. Nell’89 vi era ancora il vecchio sistema dei partiti e vi era soprattutto vigente la legge bancaria del 1936, che aveva preso atto della nazionalizzazione delle banche dopo la grande crisi del 1929, e il decreto del 1938 di Benito Mussolini che aveva usucapito e accentrato sul governo le nomine dei presidenti e dei vicepresidenti delle Casse di risparmio e delle banche del Monte. Queste nomine, nell’ormai lontano 1989, si assommavano a quelle che venivano fatte dal governo nelle banche di diritto pubblico, nelle banche statali, e nelle Bin, le banche di interesse nazionale controllate tramite l’Iri e quindi tramite le Partecipazioni Statali.

Le nomine governative nelle banche 

D. Il governo faceva tutto nelle banche, insomma.

R. In realtà era stata introdotta da qualche anno una qualche forma di vaglio dei curricula da parte della Banca d’Italia ma le decisioni erano prese dal governo o tramite il meccanismo delle partecipazioni statali o tramite il Cicr, il Comitato interministeriale per il credito e il risparmio.

D. Quello delle famose nottate dove i partiti si contendevano le nomine…

R. Esattamente. Ma eravamo in una fase antecedente alle privatizzazioni. Nelle banche di Stato e nelle Bin il controllo era totale perché nominavano anche i cda, mentre nelle casse di risparmio e nei Monti venivano nominati solo presidenti e vice, perché nelle Casse e nei Monti c’erano le assemblee dei soci o gli enti locali, le camere di commercio, gli enti ecclesiastici e quindi presidente e vice potevano anche essere in minoranza.

D. Questo potere di governance quanto incideva poi nel business, nel credito?

R. Non sempre direi che c’erano interferenze nella politica del credito. Dipendeva dalle persone. Molte volte i nominati erano al di sopra di ogni sospetto. Raffaele Mattioli è stato confermato fino agli anni 70, e che fosse condizionato sul credito era difficile. Tra i nominati c’erano molti professori universitari, pubblici funzionari, notai… I curricula erano frequentemente solidi. Dove invece c’erano più influenze politiche era nelle pratiche di assunzione. Molte banche procedevano comunque con concorso, e in molte c’era una procedura pubblica per le assunzioni.

D. Sembra un’era geologica fa…

R. Il disgelo iniziò alla fine degli anni ‘80, poco prima della nascita di MF-Milano Finanza, per impulso della Ue, con la fine del blocco degli sportelli e dell’ambito territoriale. Poi venne la legge Amato-Ciampi del 1990 con la trasformazione delle Casse e dei Monti in spa, attiva dal 1991, mentre è del 1993 (ma la raccolta delle firme per il referendum di Massimo Severo Giannini risale all’anno prima) l’abolizione delle nomine da parte del governo dei vertici delle Casse e dei Monti. Un’evoluzione che MF-Milano Finanza ha raccontato fin dal suo nascere.

Che succede in seguito alle privatizzazioni

D. Le privatizzazioni hanno portato le banche e la finanza nei portafogli degli italiani. Ma la politica davvero è rimasta fuori? O è rientrata attraverso le fondazioni?

R. Non è rientrata, perché il pluralismo locale sottraeva il controllo politico nazionale. Questo è un dato incontrovertibile.

D. Ma sempre politca è…

R. Non è vero, perché le casse associative erano di cittadini privati che avevano tirato fuori i loro soldi. Nelle fondazioni comunque c’erano organismi pluralistici, ovvero camere di commercio, enti ecclesiastici, università. C’erano anche enti locali, è vero, ma non erano maggioritari. E poi non c’era più la stabilità politica in Italia. C’era un’instabilità totale, un ricambio totale, finivano i partiti, si cambiava tutto, c’era l’elezione diretta dei sindaci, quindi la dominanza della politica con i primi anni 90 viene meno.

D. Forse mancavano i soci privati…

R. Ecco: l’unico problema che hanno avuto le privatizzazioni è che è stata sopravvalutata la forza del capitalismo italiano, non andando a vedere che era un capitalismo sorretto dai prestiti bancari, ai quali non si potevano sommare anche i prestiti per acquisire imprese bancarie. Sarebbe stata una privatizzazione avvelenata. Così l’Italia ha aperto il mondo finanziario a investitori non italiani più che ogni altro paese d’Europa.

Il periodo dei «debitori di riferimento»

D. Per la verità allora si parlava dei «debitori di riferimento» per indicare gli azionisti che erano anche esposti con la banca di cui erano soci…

R. No, non è così. Il cosiddetto «catoplebismo», definizione inventata da Mattioli, c’era prima ma Bankitalia lo ha sradicato ponendo nette distinzioni tra imprese e banche. E infatti oggi è un fenomeno oggettivamente molto arginato. Il Testo Unico Bancario dice che sono vietati i finanziamenti ai consiglieri salvo che ci sia l’unanimità dei voti di cda e sindaci. E questo veto è il massimo dell’argine. L’Italia in questo ha fatto passi in avanti formidabili.

D. Pietro Fassino rimase inchiodato alla frase «allora abbiamo una banca!» parlando al telefono con Giovanni Consorte quando Unipol provò a prendere la Bnl. Avevano davvero una banca?

R. È una roba di quasi 18 anni fa… quella frase poteva valere nel gergo telefonico ma non aveva alcun riferimento dal punto di vista giuridico. Parliamoci chiaro: dall’inizio degli anni Duemila abbiamo la moneta unica e un processo di omogenizzazione delle regole bancarie che è cresciuto anche prima della nascita dell’Unione Bancaria, che è del novembre 2014. Bankitalia aveva fatto progredire moltissimo l’indipendenza delle banche, e la vigilanza unica Bce ha rafforzato la spinta all’indipendenza delle banche dalla politica e dai «debitori di riferimento».

D. Passiamo in rassegna le riforme e gli eventi che hanno caratterizzato la storia bancaria di questi 35 anni: la nascita del Fitd? La legge Amato-Ciampi su fondazioni e casse di risparmio? Il Tub? Le privatizzazioni? La legge sulla manipolazione del mercato del 2005? Il duale per favorire le fusioni? I Tremonti e i monti bond? L’Internal locking? La vigilanza unica europea? Il bail-in? Gli npl? Il fondo Atlante? La riforma delle popolari? Il neo-dirigismo delle burocrazie europee? La riforma del credito cooperativo? Quante di queste riforme sono state chieste o spinte dalle banche, e quante subite? E qual è stata l’innovazione o l’evento più importante?

R. La cosa più importante è il testo unico, perché trasforma le banche in imprese e volta la pagina del 1936 e del dirigismo post-bellico. Un Paese distrutto che doveva ricostruirsi non aveva certo i capitali per le privatizzazioni delle banche, se doveva costruire case, ospedali, ferrovie, industrie. Il Tub peraltro viene molto manutenuto con decine di aggiornamenti, anche questi per merito della Banca d’Italia. Ritengo che il Tub italiano sarebbe un’ottima base per preparare un testo unico europeo, che è indispensabile perché non si può avere una vigilanza unica senza un testo unico europeo.

I banchieri più potenti dei politici

D. Il pendolo oggi sembra oscillare a favore dei banchieri. In altri tempi sarebbe stato impensabile che un banchiere come Andrea Orcel di Unicredit dicesse di no al presidente del Consiglio dopo aver negoziato l’acquisizione di Mps. È un bene che sia così?

R. Le banche sono imprese private vigilate da Francoforte; quindi cosa c’entra il governo del momento? Che potere ha di dire «tu ti prendi questo o quell’altro»? I governi non hanno più la titolarità del piano regolatore delle banche. Oggi siamo in un’altra fase e le regole sono europee.

D. Esiste comunque il fenomeno delle porte girevoli, con politici che diventano banchieri (e un solo caso di banchiere che diventa ministro, Corrado Passera). Come mai? È una cosa normale, sufficientemente regolata o che va normata in maniera diversa?

R. Ma questo succede in ogni paese dell’Occidente a cominciare dagli Usa. Non è che quelli che fanno attività economica sono privati dei diritti civili né chi assume funzioni pubbliche viene privato vita natural durante delle potenzialità nell’economia privata. Anzi, solo in ambito bancario ci sono rigide incompatibilità e ineleggibilità che non sussistono in nessun altro ambito merceologico. Per esempio un parlamentare non può essere anche presidente e amministratore di una banca, mentre può guidare altre imprese. Poi ricordo l’ineleggibilità per un anno dopo un incarico pubblico - anche nel caso di un tecnico -, che esiste solo per le banche. E ricordo anche che per eleggere qualcuno nelle banche private ci vogliono sempre i voti degli azionisti…

D. La finanza ha attratto in questi anni molte menti brillanti che una volta avrebbero scelto la carriera politica?

R. . Sì, nel senso che si è ampliata la potenzialità ad essere eletti negli organi bancari, mentre oggettivamente non si è altrettanto allargata l’accessibilità dal basso alla politica. Nelle banche si è eletti dalle assemblee, in Parlamento si è anche un po’ nominati. Poi in banca ci sono requisiti ormai dati per scontati, che non fanno neanche più notizia: ci vogliono esperienze rilevanti, bisogna essere professori di fascia alta in materia economica e giuridica e avere amministrato un organismo di dimensioni equipollenti a quello della banca: dove altro li trova requisiti di questo genere?

D. Come vede il futuro del rapporto banca-politica nei prossimi anni?

R. L'unione bancaria deve uscire dal guado: ha realizzato la vigilanza unica ma deve realizzare l’uguaglianza delle regole di diritto bancario, finanziario e tributario. Allora l’Europa sarà integrata e le banche potranno competere ad armi pari, senza i privilegi di chi è in Paesi a più bassa tassazione. Se l'Europa è unita, serve che le tasse siano identiche tra identiche attività imprenditoriali, sennò la concorrenza è tra gli Stati. E questo è il traguardo prossimo, tra 35 anni penso che dovrebbe essere stato ampiamente raggiunto. Ma non sarà facile. (riproduzione riservata)



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